Progetto Teatrale "Qualcuno c'è" 

Progetto teatrale

”Qualcuno c’è” di Emanuele Aliprandi

E’ notte. In un  villaggio, alcune donne armene attendono a casa il ritorno dei loro uomini – padri, mariti, figli – chiamati dai gendarmi turchi. Tra speranze e paure, timori e presentimenti, si insinua fra di loro la consapevolezza che per i loro cari non vi sarà più un ritorno a casa.

A poco, a poco,  in un crescendo di voci e poi di notizie,  prevale la certezza; e la razionalità di chi, anche nella sventura, non vuole cedere.

Alcuni dialoghi tra un ufficiale turco che dispone al suo attendente gli ordini per la deportazione, e due significativi e profondi momenti musicali armeni, si alternano con il dramma vissuto da quelle donne.

Al termine, una lettura di testimonianze sul Genocidio del 1915, trasporterà lo spettatore direttamente dall’azione teatrale alla terribile realtà della deportazione e dello sterminio.

qualcuno c’è”

testimonianza del genocidio del popolo Armeno

di Emanuele Aliprandi

regia di Giorgio Granito

con (in ordine alfabetico):

Claudio Burei

Massimo Cacciavillani

Fernanda Fantoni

Giorgio Granito

Luisa Lironi

Annamaria Londei

Marsilia Mattei

Pina Remoli Zamparini

                  con la partecipazione di   Valentina Karakhanian (voce solista)

Un progetto a cura del 

Consiglio per la Comunità armena di Roma

premessa

24 APRILE  Novantuno anni: tanti ne sono passati da quel 24 aprile del 1915 allorché, nella notte, sotto il cielo di Costantinopoli, l’intera intellighenzia politica, economica,  commerciale e religiosa di sangue armeno venne, silenziosamente, eliminata. Il tepore primaverile del Bosforo lasciò spazio al gelo feroce e criminale che in pochi mesi porterà ad una spaventosa pulizia etnica. Un milione e cinquecentomila armeni verranno sterminati dai turchi in quello che è stato  riconosciuto come il primo genocidio del XX secolo.

Non uno stato contro un altro, non una guerra combattuta, non una disputa economica o politica; ma una precisa volontà di sterminio, di annientamento, di eliminazione di una razza. Non ne rimase più uno: passati per le armi, bruciati vivi, impalati,  violentati o, semplicemente, lasciati morire di fame e di stenti durante la deportazione verso il deserto siriano.

Novantuno anni: Non sono tanti, sono pochissimi  se la tragica lezione della storia non è servita, se quel genocidio fu la prova di orchestra per altre stragi, per altri olocausti. Non sono niente se, ancora oggi, c’è chi fa finta di non ricordare, chi nega ostinatamente, chi antepone gli interessi economici o politici ai principi di verità e giustizia. Non vale nulla il sacrifico di quei martiri  se sui libri di storia neppure una riga è dedicata a loro,  se la ricorrenza passa sotto silenzio, se si giustifica e si diventa complici dei criminali di allora.

 

IL METZ YEGHERN , letteralmente ” il Grande  Male”, simboleggia la sofferenza del popolo armeno.

«Il massacro del popolo armeno è stato il primo, atroce genocidio del ventesimo secolo. E purtroppo anche il meglio riuscito: quel popolo è stato trucidato e disperso ma – a differenza di quanto avvenuto per lo sterminio degli ebrei - il mondo non ne conserva memoria».

Queste parole, scritte dal noto giornalista Gad Lerner, ben rappresentano e testimoniano il dramma del popolo armeno che combatte da novantuno anni contro la negazione, l’indifferenza, l’opportunismo.

Il Genocidio di un milione e cinquecentomila armeni nel 1915 costituisce per il popolo armeno l’apice del dolore e, non a caso, è appunto chiamato “Metz Yeghern”.

Incarna un concetto di sofferenza morale che va oltre, supera, amplifica,  la fisica eliminazione di un popolo dalla sua terra .

Ma che, al contempo, lo fortifica: perchè proprio l’essere riusciti a scampare all’annientamento totale ed a sconfiggere quei folli progetti che miravano al loro sterminio,   ha reso più forti gli armeni ed ancora più orgogliosi della loro storia, della loro cultura, della loro arte, della loro tradizione.

Dopo anni di silenzio mediatico, l’opinione pubblica ha ultimamente dimostrato una sempre  maggiore attenzione verso  la questione armena; è andata crescendo la consapevolezza di quanto possa essere considerata “immorale” l’indifferenza o peggio la negazione del Genocidio.  Si è, in buona sostanza, preso atto dell’imprescrittibile diritto alla memoria del popolo armeno. E della necessità di ricordare tutti gli stermini, affinché il silenzio su questo o quello, non si trasformi in complicità, o peggio giustificazione.                                                     

   

IL PROGETTO:  questo progetto, che ripropone il  titolo significativo “il Grande Male”, rappresenta quindi un percorso attraverso le sofferenze dell’uomo e le tragedie della storia, a partire dall’olocausto armeno.

Muovendosi dalla definizione di Genocidio, si offre lo spunto per una riflessione che aiuti le nuove generazioni a comprendere i  terribili insegnamenti della storia, a farne tesoro, a combattere con tutte le loro forze morali quegli orrori delle pulizie etniche che  purtroppo si ripresentano, con drammatica ciclicità, ad ogni latitudine della nostra terra.

Il “Grande Male”, non a sufficienza condannato dai potenti di allora, ha finito con il diventare il progenitore di altre successive analoghe tragedie: l’interesse economico e politico ha prevalso sulla questione morale.

Nel raccontare, attraverso queste brevi riflessioni e con il lavoro teatrale, il Genocidio del popolo armeno, ci si collega – non solo idealmente – a tutti gli olocausti di cui ha fatto macabra collezione la storia del secolo scorso.

E quindi, questo cammino didattico alla scoperta (o sarebbe meglio dire alla “riscoperta”) del genocidio armeno, è pensato anche per tutti quei rimandi (storici e legislativi) che potranno essere di ulteriore sviluppo di studio interdisciplinare da parte degli studenti.

 

definizione di genocidio

parola composta dal greco genos (razza, popolo) e dal latino cedere  (colpire a morte). Crimine consistente in un complesso organico e preordinato di attività finalizzate a distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, e/o etnico, e/o religioso. 

Il termine di genocidio è stato introdotto per la prima volta, nel 1944, dal giurista americano, di origine ebreo-polacca, Raphael Lemkin, nel libro Axis Rule in Occupied Europe

 genocìdio: genocìdio (pl. -ìdi), s. m., sterminio in massa di un popolo, di una razza umana o di un gruppo religioso

ge|no|cì|dio
s.m. distruzione sistematica di un intero gruppo etnico, razziale o religioso

Varianti: genicidio

"un insieme di differenti azioni di persecuzione e distruzione" (LEMKIN, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 8) compiute allo scopo di annientare un determinato gruppo nazionale, religioso o razziale

 

Che cosa è un  genocidio?

Le definizioni lessicali del termine sono sufficientemente esaustive per comprendere la portata di un evento storico inteso – secondo la definizione del Lemkin – come “ la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico (che) intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, per annientare questi gruppi stessi. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali , e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui che appartengono a tali gruppi. Il genocidio è diretto contro il gruppo nazionale in quanto entità, e le azioni che esso provoca sono condotte da individui, non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.

Al fine di evitare fraintendimenti fra il significato di Genocidio e quello più ampio di Guerra - laddove questa va piuttosto inquadrata nel tentativo da parte di uno stato od entità nazionale di primeggiare (politicamente e territorialmente) nei confronti di un altro, o di una fazione contro un’altra (guerra c.d. civile) – è utile soffermarsi brevemente su alcuni aspetti che specificano l’azione genocida:

complicità dello stato: il genocidio viene perpetrato non tanto dallo Stato in quanto istituzione, ma da un gruppo (politico, etnico) all’interno dello Stato (solitamente retto da un regime autoritario)  con la complicità organizzativa o la semplice tolleranza dello stesso. Lo Stato non agisce in prima persona, ma copre il crimine: non fu lo Stato Turchia a sterminare gli armeni, ma l’organizzazione politica dei Giovani Turchi, lo Ittihad ve Terakki (il comitato “Unione e progresso”) dalla quale partì l’input  e che si servì tuttavia dell’apparato statale per mettere in atto il folle progetto, rendendo di fatto responsabile del Genocidio l’intera comunità nazionale (i successivi silenzi, le ulteriori stragi perpetrate da Ataturk, il negazionismo turco ancora oggi sostenuto dai suoi rappresentanti, hanno finito  invero con il  collocare l’intera Turchia in una posizione di complicità morale che con il passare degli anni diventa sempre più pesante).  

Fattore religioso:   accanto al fattore etnico quello religioso riveste, nella stragrande maggioranza dei casi, un ruolo rilevante; anche se “ufficialmente” le motivazioni della pulizia etnica vanno ricercate al di fuori della disputa religiosa, la stessa diviene minimo comune denominatore di tutti i genocidi. Laddove non sia causa scatenante (come ad es. nel Darfur) , viene fatta leva sul sentimento religioso per rafforzare nella popolazione l’avversione nei confronti del nemico da eliminare; rafforza l’azione genocida trasformandola progressivamente, fino a farne assumere le motivazioni e le sembianze di una guerra di religione.

Nel caso degli armeni (cristiani), i Giovani Turchi (organizzazione laica all’interno di uno stato sostanzialmente laico) aizzarono la popolazione musulmana per dare maggiore credibilità al loro piano politico.

Territorio : tranne casi particolari (su tutti, quello delle civiltà del continente americano), il genocidio avviene all’interno di una precisa area, di un territorio solitamente limitato dai confini nazionali che deve essere, per l’appunto “purificato” dei suoi elementi “estranei” (vedi anche Ruanda, Cambogia, Bosnia). Per la Shoah il discorso è diverso in quanto interessò una porzione di continente europeo ( e non singole entità nazionali) tuttavia caratterizzata da un blocco politico omogeneo.

Il Genocidio può essere inquadrato come un CRIMINE CONTRO L’UMANITA’   perché colpisce con l’efferatezza della sua pianificazione ed esecuzione non solo il gruppo etnico vittima della violenza, ma anche i sentimenti del mondo intero, provocandone lo sdegno (ma spesso solo quello …).

Significativo, a questo proposito, il caso Tehrilian, studente universitario armeno che nel 1921, uccise con due colpi di pistola a Berlino Talaat  Pascia, ministro dell’interno nel governo dei Giovani Turchi, considerato il principale artefice del genocidio. Il giovane armeno non fuggì ed ammise le proprie responsabilità. Ma al termine del processo, durante il quale testimoniò anche il pastore protestante Lepsius che narrò le orribili scene alle quali aveva assistititi in Turchia, Tehrilian venne assolto: la corte tedesca giudicò talmente grave l’operato di Talaat, in pratica da giustificarne la sua eliminazione, trasformando la vittima di quell’omicidio in un carnefice, da giustiziare,  responsabile di un crimine non solo nei confronti del popolo armeno ma di tutta l’umanità.

Il genocidio è anche CULTURALE: non ci si limita ad annientare un popolo, ma anche a distruggere ogni simbolo che ne richiami la sua  memoria e cultura, nel tentativo – sovente riuscito – di cancellarne ogni traccia favorendo il processo di oblio.

Nell’Anatolia orientale (attuale Turchia est, un tempo denominata politicamente e geograficamente Armenia) , dove gli armeni costituiva dal 30 al 60% dell’intera popolazione, non vi sono più tracce della loro presenza (ad eccezione di un paio di chiese, come quella sull’isola di Akhtamar sul lago di Van, genericamente indicata come “cristiana”) tutto è stato cancellato: dai luoghi di culto agli edifici fino alle pietre tombali; nei musei di storia della regione la presenza armena semplicemente non esiste, e quello che non è stato distrutto (ad esempio la città di Ani, a suo tempo capitale del regno armeno) non viene riconosciuto appartenere a quella cultura. Persino l’Ararat ha cambiato nome in Agri Dagi !

(il genocidio culturale continua: nella regione del Nakichevan, un tempo terra di armeni  poi inglobata nel turco Azerbaijan, le autorità civili e militari hanno terminato di distruggere nel 2005 il cimitero medievale di Julfa, patrimonio dell’umanità, ove si trovavano diecimila katchkar ,croci di pietra. Il mondo, che si era mobilitato all’epoca della distruzione dei Bhudda di pietra da parte dei Talebani,  si è accorto dello scempio con colpevole ritardo)!

riferimenti normativi

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo

Normativa  adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite A/RES/217 A (III) 10 dicembre 1948

 

Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio,no,  S

Adottato da Risoluzione 260 (III) A dell' Assemblea Generale di U.N. il 9 dicembre 1948.

Risoluzione Commissione ONU sui diritti umani (1973, 1985,1986)

(…) "Il massacro degli armeni è considerato come il primo genocidio del XX secolo" (Sottocommissione Diritti Umani dell'ONU, 1973)

 

Risoluzione Parlamento Europeo (1987, 2000)

(…) Durante la Prima Guerra Mondiale i massacri perpetrati dalla Turchia costituiscono crimini riconosciuti dall'ONU come genocidio. La Turchia è obbligata a riconoscere tale genocidio e le sue conseguenze"(1987).

 

Risoluzione Parlamento Italiano (17.11.00, unanimità)

La Camera, preso atto che: il 15 novembre il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione sulla Relazione periodica 1999 della Commissione europea sui progressi della Turchia verso l'adesione che incoraggia il Governo turco a intensificare i suoi sforzi di democratizzazione, soprattutto nel campo della riforma del codice penale, dell'indipendenza della giustizia, della libertà di espressione e dei diritti delle minoranze;
la risoluzione in particolare affronta questioni che riguardano il popolo armeno in tre paragrafi assai significativi: «invito al riconoscimento del genocidio ai danni della minoranza armena, commesso anteriormente allo stabilimento della moderna Repubblica turca» (paragrafo 10); «miglioramento delle relazioni con tutti i vicini del Caucaso, come proposto dallo stesso Governo turco» (paragrafo 20); sottolineando lo spirito del paragrafo 21, proposto dall'onorevole Cohn-Bendit, presidente della commissione parlamentare mista UE - Turchia, che «invita il Governo turco ad avviare un dialogo con l'Armenia, segnatamente al fine di ristabilire relazioni diplomatiche e commerciali normali tra i due paesi e di togliere il blocco attualmente in vigore», impegna il Governo in coerenza con i principi sopra esposti ad adoperarsi per il completo superamento di ogni contrapposizione tra popoli e minoranze diverse nell'area al fine di creare le condizioni, nel rispetto dell'integrità territoriale dei due Stati, per la pacifica convivenza e la corretta tutela dei diritti umani nella prospettiva di una più rapida integrazione della Turchia e dell'intera regione nell'Unione europea.
(6-00148)
«Mussi, Pagliarini, Paissan, Pisanu, Soro, Selva, Monaco, Follini, Grimaldi, Rivolta, Manzione, Morselli, Crema, Calzavara, Bastianoni, Trantino, Mazzocchin, Mitolo, Pezzoni, Masi, Lo Jucco, Brunetti, Giovanni Bianchi, Leccese, Rizzi, Ballaman, Lento, Bosco, Palmizio».
(16 novembre 2000)

 

 

Breve storia del genocidio armeno

L'impero ottomano alla fine del XIX secolo, è uno stato in disfacimento, la corruzione serpeggia in ogni angolo dell'impero, che in breve tempo ha visto scomparire i suoi domini in Europa con la nascita, dopo secoli di barbara oppressione, degli stati nazionali balcanici. I turchi, che si erano installati nell'Anatolia greco-armena di cultura millenaria, paventano la possibilità di rivendicazioni elleniche sulle coste dell'Asia Minore (Smirne e Costantinopoli) e soprattutto la nascita di una Nazione Armena.

Quando Abdul Hamid sale al trono, nel 1886, l'impero ottomano conta grandi minoranze cristiane. I turchi e le popolazioni assimilate non riescono a raggiungere il 40% dell'intera popolazione anatolica. In Asia Minore le minoranze etniche sono costituite da greci, armeni ed assiri. Gli armeni sono concentrati nell'est dell'impero dove, già dall'indipendenza greca 1821, la Sublime Porta (sultanato) ha fatto insediare tutti i musulmani dei territori ottomani che via via venivano persi. Gli armeni non richiedono l'indipendenza ma solo uguaglianza e libertà culturale. Abdul Hamid viene duramente sconfitto dai russi. Le conseguenze per l'impero non sono gravi poiché il primo ministro inglese Disraeli, spinto dalla tradizionale politica filo turca del suo paese,  fa sì che non si venga a formare uno stato armeno libero ma solo che vengano garantiti  i diritti personali dei singoli.  L'Inghilterra ottiene l'isola di Cipro. Il sultano, temendo una futura ingerenza europea nella questione armena e la ulteriore perdita di territori, dà inizio alle repressioni.

Tra il 1894 e il 1896 vengono uccisi dai due ai trecentomila armeni ad opera degli Hamidiés (battaglioni curdi appositamente costituiti dal sultano) senza contare conversioni forzate all'Islam che però non hanno seguito. A causa delle persecuzioni si assiste ad una forte ondata emigratoria.  E' l'inizio di una serie di massacri che durerà, in maniera più o meno forte,  per trent'anni sotto tre regimi turchi diversi. L'atteggiamento Europeo è d'immobilismo, poichè ogni nazione ha paura che un'altra assuma maggior rilevanza nello scacchiere caucasico e mediorientale.

 Un nemico ancor più temibile del sultano si stava preparando, "i giovani turchi" ed il loro partito "Unione e Progresso" ( Ittihad ve Terakki) . Questi, che avevano studiato in Europa, si erano imbevuti delle dottrine socialiste e marxiste che avevano elaborato "turco more". La perdita dei possedimenti europei indicava loro - quale possibilità di espansione -  il ricongiungimento ai popoli di etnia turca che vivono nell' Asia centrale: tartari, kazachi, uzbechi ecc. E' principalmente da queste due matrici culturali che nasce l'Ideologia del panturchismo o panturanesimo (Il Turan è il focolare della nazione turca da cui i turchi sono giunti, dopo una lunga marcia durata secoli, in Asia Minore).  Dal marxismo i "Giovani turchi" avevano ripreso l'idea di uguaglianza, ma  concepita in guisa che, per essere tutti uguali, tutti devono essere ottomani e per essere tutti ottomani bisogna essere tutti turchi e musulmani. Dalla constatazione dell'impossibilità del mantenimento e dell'espansione dei domini europei, essi rivolgono la loro attenzione ai turchi delle steppe dell'Asia centrale e mirano al ricongiungimento con essi per dare vita ad un entità panturca che possa andare dal Bosforo alla Cina. Gli ostacoli, che si frappongono a queste mire di formazione di un blocco megalitico turco, panturanico, sono costituiti da armeni e curdi. I curdi però, pensano i Giovani Turchi, sono musulmani e non posseggono una forte cultura, possono essere quindi assimilati facilmente; gli eventi del nostro tempo mostrano tragicamente altro. Gli armeni, oltre a essere cristiani malgrado le molte e spietate persecuzioni, posseggono  anche una cultura millenaria, professano un’altra religione, hanno una loro lingua ed un loro alfabeto, non possono essere assimilati ed inoltre la loro presenza impedisce l'unificazione con gli altri turchi. Vanno quindi eliminati.

Per portare avanti questo progetto non era pensabile  appoggiarsi al "sultano rosso",  poiché il suo governo era corrotto e debole  mentre c'era invece bisogno  di un governo forte  e privo di remore. L'ironia della sorte  vuole che proprio gli armeni diano una mano all' Ittihad  per raggiungere il potere. I giovani turchi infatti, mentre segretamente tramavano l'omicidio di massa  esternamente si mostravano liberali e laicisti. Gli armeni,  pensando all'avvicinarsi di uno stato garante delle libertà fondamentali dell'uomo, appoggiano così i loro carnefici, i quali nel 1908 con un colpo di stato prendono il potere. In questo periodo gli armeni ottengono, solo teoricamente,  uno status di cittadini a tutti gli effetti e nell'Armenia vengono formate sei entità vagamente autonome, chiamate  villayet.  Ma in segreto, a Costantinopoli, l’annientamento era stato premeditato da lungo tempo. 

I Giovani Turchi avviano una prova generale del genocidio nell'aprile del 1909, le vittime sono trentamila. Impongono la dittatura militare nel 1913, Djemal, Enver e Talaat (il triumvirato della morte)  sono i ministri della Marina, della Guerra e dell'Interno. Ormai hanno pieni poteri per dirigere lo stato, possono pianificare il genocidio perfetto. In riunioni segrete si organizza lo sterminio e viene delineato il principio di omogeneizzazione della Turchia tramite la forza delle armi .

 In primo luogo intervengono nelle attività parlamentari facendo approvare una legge che permette lo spostamento di popolazioni in caso di guerra ed inoltre il ministro Enver dà vita ad un'organizzazione speciale (Teškilati Mahsusa),  il cui scopo ufficiale è quello di   effettuare azioni di guerriglia in tempo di guerra; in verità  si tratta di una vera e propria macchina di sterminio . Enver assolda trentamila avanzi di galera. Viene messa in atto una rete segreta di comunicazione, che si avvale di un codice segreto, praticamente sarà articolata come segue: per impartire l'ordine di sterminio ad ogni comando della gendarmeria si manderà un messaggio ufficiale in cui si dirà di proteggere gli armeni, con la scusa ufficiale  del  trasferimento per motivi bellici, e contemporaneamente un messaggio cifrato che invece  ne disporrà la carneficina ( con la clausola di distruggere quest'ultimo messaggio in modo che non ne rimanga traccia). Poiché alcuni paesi europei minacciavano ritorsioni in caso di pericolo per gli armeni, alcuni di questi documenti si salvarono perché gli esecutori volevano avere qualcosa che provasse che avevano solo obbedito agli ordini. Questi documenti saranno usati nel processo di Costantinopoli.

I Giovani  Turchi non potevano intraprendere la loro politica di annientamento, dovevano aspettare un'occasione favorevole. Tale occasione è la guerra, perché nessuna potenza sarebbe potuta intervenire a causa di questa. Talaaat Pascià, parlando al Dr. Mordtman in merito all'abolizione di ogni concessione a favore degli armeni, asserisce infatti: "C'est le seul moment propice". All'entrata si oppongono i partiti armeni, ma ogni sforzo è vano. I Giovani Turchi iniziano la loro follia e per gli armeni inizia il   METZ YEGHERN  (IL GRANDE MALE). Con questo nome gli armeni chiamano il loro genocidio. In sei mesi i turchi uccideranno da un milione e mezzo a due milioni di armeni.

Tutta l'operazione viene mascherata come un'azione di spostamento di persone da  ipotetiche zone di guerra. Tutto ciò perché i Giovani Turchi vorrebbero far credere che la sparizione di due milioni di persone sia dovuta al caso. Le modalità di sterminio sono:

1)        Eliminazione del cervello della nazione. Il 24 Aprile 1915 vengono arrestati gli esponenti dell'élite culturale armena. Intellettuali, deputati, prelati, commercianti, professionisti  saranno deportati all'interno dell'Anatolia e massacrati. Ci vorranno cinquant'anni per ricostruire una classe pensante.

2)     Eliminazione della forza. Gli Armeni dai 18 ai 60 anni vengono chiamati alle armi a causa della guerra in atto. 

Questi, da bravi cittadini, si arruolano. Un decreto stabilisce il disarmo di tutti i militari armeni, che vengono costituiti in battaglioni del genio. A gruppi di 100 verranno isolati e massacrati. Di 350.000 soldati armeni nessuno si salverà. 

3)   E' il turno di donne vecchi e bambini. I medici Nazim e Behaeddin Chackir sguinzagliano la loro  organizzazione  segreta. Nei luoghi vicino al mare si procede all'annegamento. Lo sterminio diretto viene    applicato anche nelle zone in cui incombeva l'avanzata russa per il timore che alcuni si potessero salvare.

4)  Deportazioni (tehcir ve taktil = deportazione e massacro) -  In primo luogo vengono eliminati i pochi uomini validi rimasti. Il capo della gendarmeria locale dà ordine ai maschi armeni di presentarsi al comune, appena arrivati vengono imprigionati ed eliminati fuori dal villaggio. Si incomincia la deportazione con la scusa dello spostamento da zona di operazioni belliche; moltissimi deportati vengono uccisi durante la marcia.

L'editto di trasferimento dovrebbe essere comunicato con cinque giorni d'anticipo, ma nella maggioranza dei casi dà molto meno tempo per non offrire alle vittime  la possibilità di prepararsi.  Fuori dal villaggio intanto aspettano curdi e turchi per impadronirsi della abitazioni. Con una legge del 10.6.1915 e altre che seguono,  i beni della persone deportate vengono dichiarati "beni abbandonati ("emvali metruke") quindi soggetti a confisca e riallocazione. Allontanatisi  i convogli, questi sono privati dei carri (bisogna camminare) si possono così facilmente eliminare le persone per fatica senza dover usare proiettili.  Le donne hanno una possibilità di salvezza, convertirsi all'Islam, sposando un turco ed affidando i propri figli allo Stato. Durante il viaggio questi convogli vengono attaccati e depredati, anche con l'aiuto dei militari di scorta. Il bottino viene spartito tra Stato ed esecutori materiali. Dopo lunghe marce, durante le quali gli attacchi dei Ceccè (30000 assassini fatti uscire di galera ed incorporati nell'organizzazione segreta) e dei curdi Hamidiés, la fame, la sete e gli stenti decimano i convogli, si giunge ai campi di sterminio della Siria che non presentano reticolati: c'è il deserto. Nel luglio del 1916 Talaat dà l'ordine di eliminare i superstiti. Questi verranno stipati in caverne, cosparsi di petrolio e poi viene dato loro fuoco. In tutta l'Armenia si può assistere al macabro spettacolo di corpi straziati e lasciati insepolti. In un rapporto del 1917  il medico militare tedesco, Stoffels, rivolgendosi al console austriaco dice di aver visto, nel 1915 durante il suo viaggio verso Mosul, un gran numero di località,  precedentemente armene, nelle cui chiese e case giacevano corpi bruciati e decomposti di donne e bambini.   I corpi delle vittime non troveranno mai cristiana sepoltura.

 

Armenia ed armeni oggi

Le drammatiche vicende del genocidio si incrociarono con quelle non meno terribili della guerra; nel corso del conflitto le truppe russe avanzarono facendo indietreggiare il fronte turco. Ma le successive vicende politiche (Rivoluzione d’ottobre) e la conseguente fuoriuscita dal conflitto, consentirono ai turchi di riguadagnare il territorio compiuto e terminare l’opera di sterminio. Al termine della Grande Guerra, i pochi armeni scampati alla pulizia etnica si erano rifugiati al di là dell’Ararat (nella zona armena caucasica rimasta sotto controllo russo) dove venne creata la Prima repubblica Armena indipendente (che si mantenne tale per tre anni prima di essere sovietizzata).  Nel frattempo la Turchia, uscita sconfitta dalla guerra, era al centro delle discussioni delle cancellerie delle potenze vincitrici; il progetto iniziale prevedeva la creazione di uno stato armeno nelle province orientali: in questo senso si era mosso il presidente americano Wilson ed era stato impostato il trattato di Sevres (mai ratificato dalla Turchia). Ma le assicurazioni che avevano ricevuto gli armeni, rimasero lettera morta. Gli armeni vennero sacrificati sull’altare della convenienza, dell’opportunità, dell’ipocrisia diplomatica; e la più forte Turchia riuscì a mantenere indenni i propri confini.

Nel settembre del 1991, la Repubblica Armena conquistò – con un referendum popolare – la propria indipendenza affrancandosi dall’Unione Sovietica, ormai in disfacimento. La situazione economica e sociale era assai difficile: il paese era stato colpito da un violentissimo terremoto nel 1988 (con oltre venticinquemila morti e centomila senza tetto), era in corso la guerra con l’Azerbaijan per la regione del Nagorno Karabakh (popolata da armeni ma assegnata da Stalin all’Azerbaijan turco)  che si concluse  nel 1994 con la vittoria armena (la pace non è stata ancora siglata); la fine degli aiuti da Mosca ha reso difficile i primi anni di vita della Repubblica che ha dovuto ricostruire l’intero sistema sociale ed economico. La situazione va migliorando anno dopo anno: il Pil cresce al ritmo del 10% l’anno, l’inflazione è sotto controllo, l’economia migliora ma il tasso di povertà rimane elevato.

L’Armenia è praticamente isolata! La Turchia ha chiuso le frontiere (così come quelle con l’Azerbaijan) e gli unici accessi sono a sud con l’Iran ed a nord con la instabile Georgia (raggiungibile attraverso valichi di montagna a duemila metri di altitudine).

Circa tre milioni sono gli abitanti dell’Armenia (che ha una superficie di circa trentamila chilometri quadrati): la capitale è Yerevan (1.200.000), la lingua è l’armeno (con un proprio alfabeto creato nel 400 dall’abate Mesrob )

Contatti

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA      

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Indirizzo mail : email@comunitaarmena.it


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