‘Metz Yeghern’ armeno: tra Ottomani e Czar la guerra si fa genocidio. Remocontro 04.01.2015

'Metz Yeghern', il Grande Male. 1-2 milioni di armeni morti. La storia litiga ancora oggi su guerra o genocidio

 

Gatto randagio è creatura di nobili sentimenti sempre dalla parte delle vittime. Oggi la storia di un centenario tondo. 1915, guerra mondiale, Impero Ottomano multietnico e le bramosie degli Czar russi sui Dardanelli. Il rapporto tra il popolo armeno e la Russia visto come tradimento. Fu tragedia

Quest’anno, cent’anni fa, iniziò il genocidio del popolo armeno. Precisamente tutto ebbe inizio con i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli, nella notte fra il 23 e il 24 dell’aprile del 1915. Fu il primo genocidio del ‘900. “Metz Yeghern”, il Grande Male… Quasi due milioni di morti, e quel che colpisce, è l’ostinazione con la quale la Turchia non vuole sentirne parlare. Ancora oggi in Turchia parlare del genocidio degli Armeni è considerato un reato, un attentato all’unità nazionale…

“C’era e non c’era”… che strano… iniziano così, le fiabe armene, collocandosi nel tempo e nel luogo dell’indefinito, come indefinita si vorrebbe la sua immane tragedia.

Ma se quello che il genocidio ha voluto distruggere in Anatolia è stata la cultura del popolo armeno, c’è chi è riuscito, con ostinazione e pazienza, a riannodare le fila di un discorso che si voleva muto per sempre. Donne, soprattutto, che hanno combattuto per conservare e preservare il proprio passato e le proprie radici. E chi meglio di loro in grado di tessere ricordi e storie, riallacciando frammenti di un discorso amoroso…

 

Delle donne che hanno svolto questo prezioso compito, di cercare, scavare, comporre, raccontare, quella che ho incontrato sulla mia strada mi ha stregato dal primo istante… con i suoi occhi scuri, e acuti e immensi, e un profilo intagliato d’ebano. Sonya Orfalian, che è scrittrice e artista visuale, ma, soprattutto, narratrice-tessitrice, vien da pensare ascoltandola. Di quelle persone che riassumono in sé tanti mondi… l’origine armena, la nascita in Libia, la fuga a Roma… insomma una “apatride”, come si definisce, ancora oggi sempre con la valigia in mano.

L’avevo sentita la prima volta narrare del popolo armeno sfogliando un libro di ricette, una sua raccolta che in realtà sono pagine di storia e di letteratura. Adesso la rincontro che quasi m’investe in una folata, mentre arriva “a cavallo del vento”… ora che ha per noi raccolto e tradotto dall’armeno tante belle fiabe, “A cavallo del vento” ( per l’editore Argo), appunto. Nate nella notte dei tempi e tramandate oralmente di generazione in generazione da rapsodi itineranti, gli “ashugh”, sono parte fondamentale dell’immenso patrimonio culturale armeno, eredità preziosa di un popolo disperso che ha rischiato di essere annientato.

 

Ma, c’era e non c’era… ed è ancora qui, questo popolo, anche attraverso le sue fiabe, con il loro bagaglio di re e castelli, e maghi incantatori, e vecchi conciatori e serpenti d’oro, e re zingari, e zucche e demoni dalle molte teste, mucche fatate, principi e fanciulle bellissime di un mondo lontano lontano…

E’ impegno non da poco, quello della narratrice-tessitrice. Perché irreparabile rimane la perdita che con dolore rincorre le vittime di un genocidio. Perché tradurre, ricorda Sonya, significa anche un po’ tradire… e ad ogni passo se ne sente il peso, ad ogni fiato, c’è il rischio di tradire la parola originaria… Chi usa più la lingua originaria di quelle fiabe? E oggi misurarsi con la lettera morta è sforzo continuo di misurarsi con il senso profondo di quella perdita…

 

Agli Armeni fu vietato usare la propria lingua e il taglio della lingua fu fra le terribili, impronunciabili violenze che venivano inflitte. Una testimone ha raccontato che per aver trasgredito al divieto, furono così puniti tutti gli adulti di un intero villaggio dell’Armenia antica. E privati del suono della lingua dei padri, non impararono l’armeno i loro bambini, costretti a comunicare con i segni afoni dei gesti. Provate a immaginare quale perdita… lo strazio del vuoto di quel silenzio…

Ho letto che quest’anno, ad aprile, Papa Francesco, accettando l’invito della Chiesa cattolica armena, celebrerà in San Pietro una messa per ricordare i cento anni che ci separano dall’inizio di quel genocidio. Ah, questo Papa…, se il suo ruolo sembra proprio sia stato determinante nella svolta delle relazioni fra gli Stati Uniti e Cuba, chissà che mettendoci, anche qui, lo zampino, non sciolga diplomazie ostinate…

 

Dall’Armenia il monte Ararat, simbolo nazionale armeno che si trova in territorio turco

 

Il genocidio del popolo armeno è stato riconosciuto ufficialmente da una ventina di stati. Anche 43 dei 50 stati americani chiedono il ristabilimento della giustizia storica. Tra le organizzazioni internazionali che riconoscono il genocidio, c’è la Commissione ONU per i crimini di guerra, il Parlamento Europeo e il Consiglio ecumenico delle Chiese. In Francia negare il genocidio degli Armeni è considerato un reato. E l’Italia? C’era e non c’era…

“Che dal cielo cadano tre mele… una per chi ha narrato, una per chi ha ascoltato, una per il mondo intero”. Chiudiamo dunque con questo augurio, che è quello con cui la tradizione armena vuole si concluda ogni fiaba. E sono, le mele dell’auspicio, ricorda Sonya Orfalian, simbolo del cerchio, richiamo al sole… sono il melograno, sono il pomo della vita…

 

Francesca de Carolis

 

 

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