Armenia, i confini inquieti del gigante russo. Un soldato russo ha ucciso sei membri di una famiglia armena, scatenando giorni di protesta. Linkiesta 17.01.2015

Giovanni Zagni

 

Giovedì 15 gennaio, per il terzo giorno consecutivo, migliaia di persone hanno partecipato a proteste in Armenia, chiedendo che la Russia consegni alle autorità del Paese un soldato accusato di aver ucciso sei membri della stessa famiglia. Le manifestazioni mettono alla prova gli stretti rapporti tra il Paese caucasico e l’ingombrante vicino russo, mentre la classe politica locale invita a non strumentalizzare l’omicidio.

Negli scontri di giovedì nella città di Gyumri, la seconda città dell’Armenia, almeno quattordici persone tra poliziotti e manifestanti sono state ferite. In mattinata, centinaia di persone avevano partecipato a Gyumri ai funerali della famiglia, il cui unico sopravvissuto all’attacco, un bambino di sei mesi, è ancora in ospedale.

  

Gli scontri si sono verificati alcune ore dopo, mentre una folla stimata da AP in circa duemila persone si stava dirigendo verso il consolato russo. Altre migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata russa nella capitale, Yerevan.

Secondo le prime ricostruzioni, nelle prime ore di lunedì 12 gennaio il soldato semplice Valerij Permyakov, originario della città siberiana di Čita, ha lasciato senza permesso la base russa numero 102 – dove era in servizio da meno di due mesi – portando con sé un’arma automatica e due caricatori. Arrivato a Gyumri, ha ucciso nella loro casa sei membri della famiglia Avetisyan: due nonni, il loro figlio e la moglie, la loro figlia e la nipote Hasmik di due anni. Un bambino di sei mesi, Seryozha, è l’unico sopravvissuto, ricoverato in gravi condizioni dopo aver subito ferite da taglio.

Il soldato sarebbe poi stato arrestato da guardie di confine russe mentre provava a raggiungere la Turchia e riportato alla base di Gyumri, dove si trova tuttora. Gli stivali di Permyakov sarebbero stati trovati sulla scena e l’uomo avrebbe confessato. Non sono chiare le motivazioni del suo gesto: la polizia armena ha detto che Permyakov è entrato in casa Avetisyan – che dista circa due chilometri dalla base – «per caso» e che molto probabilmente non la conosceva, mentre Russia Today chiama gli omicidi «un delitto passionale», e fonti ufficiali armene hanno parlato di problemi mentali del soldato.

Giovedì il procuratore generale armeno Gevorg Kostanian ha promesso che il soldato sarà processato in Armenia e ha chiesto alla Russia di consegnare il militare, ma si sta delineando una disputa su chi abbia la giurisdizione sul caso.

Il vicino ingombrante

L’elemento alla base delle proteste di questi giorni è il fatto che l’autore del crimine non sia un cittadino ma un soldato russo. L’influsso della vicina Federazione Russa è particolarmente forte in Armenia, che continua a ospitarne basi militari – unico tra i paesi caucasici, dopo l’abbandono di quelle in Georgia (2006) e di una stazione radar in Azerbaigian (2013), e uno dei soli quattro rimasti insieme a Bielorussia, Tagikistan e Kyrgyzistan.

Il piccolo Paese caucasico, dopo la fine dell’Unione Sovietica, ha portato avanti una precaria strategia di equilibrio tra le grandi potenze geopolitiche, l’Unione Europea, la Russia e gli Stati Uniti. Dopo negoziati durati tre anni – e subito dopo una visita del presidente armeno a Mosca – a fine 2013 l’Armenia si è tirata indietro da un accordo con l’Unione Europea per scegliere invece, con un repentino cambiamento, l’adesione all’Unione Doganale Eurasiatica.

L’Unione Doganale è un organismo sovranazionale dominato dalla Russia (ne fanno parte anche Kazakistan, Bielorussia e Kyrgyzistan) e rafforzato negli ultimi anni. La decisione è una prova della capacità di ingerenza di Mosca nella politica del paese, dove secondo studi recenti il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà e la ricchezza è concentrata nelle mani di pochissime famiglie. Allo stesso tempo, l’Armenia dipende dalla Russia per questioni energetiche ed economiche, e molti armeni vivono delle rimesse della comunità espatriata nel vicino russo. L’allineamento con la Russia è messa apertamente in discussione solo da poche formazioni politiche di orientamento liberale e filo-occidentale, tra cui il partito Heritage-Zharangutyun, con soli quattro seggi all’Assemblea nazionale.

La base 102, stabilita nel 1995 e non lontano dal confine turco, ospita circa cinquemila soldati delle forze di terra e dell’aviazione. Nel 2010, Armenia e Russia hanno firmato un accordo che prolunga i permessi per la base militare fino al 2044: l’opposizione alla presenza militare russa appare molto ridotta nell’establishment politico armeno e esponenti di tutti i partiti si sono affrettati a buttare acqua sul fuoco dopo l’omicidio di lunedì, dicendo che il crimine deve essere condannato senza strumentalizzazioni e senza tener conto di questioni di politica internazionale. Il sito di informazione in lingua inglese ArmeniaNow ha scritto che «le richieste di un ritiro della base trovano voce solo a livello dei social media».

Storicamente, la Russia è la forza regionale che ha svolto un ruolo di “protettore” dell’Armenia, circondata da Paesi spesso ostili. L’Armenia, ad esempio, non ha rapporti diplomatici con il vicino occidentale, la Turchia, che accusa di continuare a negare i massacri della popolazione armena perpetrati dall’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. I rapporti sono pessimi anche con l’Azerbaigian, ai confini orientali.

La questione che maggiormente divise i due paesi è quella del Nagorno-Karabakh, una zona contesa e oggi di fatto indipendente in cui si è combattuta una guerra tra Azerbaigian e Armenia fino al 1994. Il fragile cessate il fuoco è messo a rischio da sporadici combattimenti: a novembre scorso è avvenuto l’episodio più grave da anni, l’abbattimento di un elicottero militare coinvolto in esercitazioni armeno-karabakhe.

A riprova della costante tensione tra i paesi vicini, martedì 12 gennaio il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev si è lasciato andare a una serie di tweet anti-armeni dal suo profilo ufficiale, tra cui un secco: «L’Armenia è un paese povero e impotente».

 

I confini armeni sono protetti dalla Russia in base agli accordi militari tra i due Paesi. L’Armenia si affida alle armi di Mosca per garantire la sua sicurezza in una delle regioni più instabili del mondo - ma gli episodi come quello di Gyumri ricordano che quella protezione ha i suoi costi.