Savall: «Racconterò il dramma degli armeni in un nuovo spettacolo». Il piccolo.gelocal.it 09.01.2015

Domani il violoncellista proporrà al “Verdi” di Pordenone il programma “Folias & Canarios” con il suo ensemble

di Alex Pessotto

 

PORDENONE. È il suo primo concerto. Del 2015, non certo della sua vita. Giacchè, Jordi Savall proprio quest’anno festeggia i suoi primi cinquant’anni di attività. E se oggi i concerti su strumenti d’epoca, basati su un approccio scrupolosamente filologico, sono ormai numerosi una buona parte di merito è sua.

 

Il grande musicista sarà domani, alle 20.45, al Teatro Verdi di Pordenone con l’Ensemble Hespèrion XXI impegnato in un programma dal titolo “Folias & Canarios” che prevede, fra le altre, le esecuzioni di musiche di Diego Ortiz, Santiago de Murcia, Marin Marais. In esclusiva per il Nordest, l’appuntamento, che rientra nella stagione del teatro, e, in particolare, nella sua programmazione dedicata al violoncello, sarà anche registrato (e successivamente trasmesso) dalle telecamere di Rai 5, precisamente da “Petruška”, trasmissione condotta da Michele Dall’Ongaro.

 

Maestro Savall, cosa si propone per il 2015? In musica, ovviamente.

«Ci sono progetti discografici e concertistici. Per quanto riguarda quest’ultimi, ad esempio, faremo diversi programmi: sulla musica armena per ricordare la terribile persecuzione di cent’anni fa, sulla guerra di secessione spagnola, sui 400 anni della morte di El Greco (avvenuta per l’esattezza nel 1614), sulla tratta degli schiavi. Insomma, posso dire che ci sono in programma molte cose».

 

Nell’adottare un approccio filologico cosa “si guadagna” e cosa “si perde”?

«Non è tanto un fatto di “guadagnare” o “perdere”. Direi che quando si usano gli strumenti d’epoca e le prassi filologicamente concordi alle varie epoche storiche si è innanzi tutto molto più vicini allo spirito dei compositori che si affronta. Ma ciò vale soltanto se l’artista che suona o canta è un buon artista. Ecco, nella musica “si guadagna” o “si perde” qualcosa soprattutto a seconda della qualità dell’artista che si esibisce».

 

Cosa pensa dei suoi colleghi che prediligono un altro tipo di approccio per le loro esecuzioni, e, quindi, un approccio non filologico?

«La musica può essere fatta con approcci diversi. Ma l’importante è che sia fatta bene. È una questione di gusto personale. E io rispetto coloro che prediligono, anche come ascoltatori, un approccio diverso dal mio. Da giovane, uno dei miei dischi preferiti era quello delle Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould, che certo usava il pianoforte».

 

Quanta strada c’è ancora da fare per ristabilire le prassi esecutive degli strumenti d’epoca?

«Abbiamo avuto grandi direttori che hanno lasciato interpretazioni straordinarie (penso a Toscanini, a Furtwängler, a Kleiber padre e figlio). Oggi ce ne sono altri. E lo stesso può dirsi per quanto riguarda la musica antica. Non si può parlare di “strade”…: ci sono soltanto “vette” nell’ispirazione, nella creatività. E ciò, appunto, vale anche per la musica antica. C’è stato un lungo periodo in cui si è recuperata la prassi esecutiva degli strumenti antichi. Ad oggi, son più di 80 anni che la musica antica si sta sviluppando in una forma naturale come la musica classica e l’evoluzione che avrà sarà la stessa della musica classica grazie a molti artisti certo di livelli diversi: più bravi, meno bravi...».

 

A che punto è la situazione italiana per quanto riguarda la filologia in musica?

«Il pubblico come reagisce ai suoi concerti? Ci sono colleghi che sente particolarmente vicini? Conosco molti gruppi di musica antica in Italia; molti musicisti italiani hanno anche suonato con me. Penso stiano facendo un lavoro serio, lottando contro una condizione difficile che credo sia molto simile a quella della Spagna, un Paese che non ha capito che il suo patrimonio musicale è di grande valore. Il pubblico italiano è un pubblico sempre molto attento, recettivo, esigente e mi fa sentire sempre molto ben accolto, in base a una complicità che è assai piacevole avvertire».