Serra Yilmaz a teatro con “La Bastarda di Istanbul”: una storia che commuove turchi e armeni. Futuroquotidiano.it 17.03.2015

“Abbiamo bisogno di convivere, di ritrovarci e di risolvere tutto questo insieme. Turchi e armeni, in realtà siamo simili, troppo simili: quando sono venuti a teatro degli amici armeni ci siamo commossi da entrambe le parti, perché questa è la nostra storia, una storia comune”. Serra Yilmaz, attrice turca che in Italia ha svolto gran parte della sua carriera, personaggio simbolo dei film del regista, suo connazionale, Ferzan Ozpetek, ha un tono tranquillo e rilassato, il volto disteso di chi ha appena fatto il pieno di applausi e di abbracci. L’affetto di un pubblico che la segue e che ha sempre fatto il tutto esaurito al Teatro di Rifredi di Firenze da più di undici anni, prima con lo spettacolo “L’ultimo Harem” e oggi con “La Bastarda di Istanbul”. Angelo Savelli ha portato quest’anno in scena, in esclusiva mondiale, l’omonimo best seller della scrittrice turca Elif Shafak: una storia quasi tutta al femminile, che tocca un tema ancora scottante per la Turchia, la questione del genocidio armeno.

Le audaci e interattive video-scenografie di Giuseppe Ragazzini fanno da cornice ad uno spettacolo che è al contempo ironico e divertente, commovente e profondo, multi-sfaccettato come l’interno di un melograno, frutto simbolo del romanzo e della pièce teatrale. Serra Yilmaz è la mistica zia Banu, la veggente della famiglia turca Kazanci, un bislacco gineceo di mamme, zie e nonne che custodisce un inconfessabile segreto e un passato che si intreccia con la tragedia del genocidio armeno del 1915.

Le donne armene scampate al genocidio hanno testimoniato più di chiunque altro che cosa voglia dire la parola “resilienza” per un popolo. E’ un caso che anche in “La Bastarda di Istanbul” le memorie di una famiglia, in questo caso turca, siano custodite da un coro tutto al femminile?

Di solito le donne sono quelle che conservano le storie e sono le narratrici delle storie, gli uomini non si fermano ai dettagli delle storie, che sono poi quelli che fanno scoprire il sale delle cose. Ma questa è una particolarità femminile che non contraddistingue solo le donne armene, o quelle turche. La zia Banu, che io interpreto e che rappresenta più di tutti i personaggi “colei che sa”, in particolare, non sono sicura che non abbia poi paura di guardarsi dentro, e di indugiare nel passato della sua famiglia… piuttosto il coraggio di guardarsi dentro l’ha avuto Elif Shafak, raccontando questa storia di rimozione e toccando un tema delicato per la coscienza del nostro Paese.

La figura del tipico dolce turco, l’ashure, con la sua armonia di ingredienti, simboleggia nel racconto la ricchezza culturale di un popolo multietnico. Quando e perché, secondo lei, la Turchia si è persa per strada la ricetta con questi “ingredienti”?

Penso che la “ricetta” se la sia persa la Repubblica turca, quando al momento della sua nascita ha scelto di costruirsi un certo tipo d’identità “gloriosa” permeata di un cieco nazionalismo, che non ha portato a nulla di buono. Ma devo dire che questo clima era iniziato già prima della caduta dell’Impero Ottomano e anche tutti questi racconti fiabeschi sulla “tolleranza” degli ottomani non trovano riscontro negli ultimi anni dell’Impero, quando già si andava affermando il Movimento nazionalista dei Giovani Turchi. Non ci scordiamo che prima del massacro genocidario del 1915 ci fu quello perpetrato contro la popolazione armena presente nella provincia ottomana di Adana, nel 1909. Già allora gli altri stati europei erano venuti al corrente di quello che stava accadendo e non mossero un dito per impedire le stragi che, sapevano, di lì a poco sarebbero non solo proseguite ma addirittura aumentate.

E perché il resto d’Europa voltò le spalle a questa pagina oscura?

Quando un’etnia in particolare possiede la conoscenza, l’abilità e anche il potere economico, che era anche il caso degli armeni nell’Impero Ottomano, penso che subentri una grande invidia all’interno della società. D’altronde è anche quello che è capitato agli ebrei in Germania durante la Seconda Guerra mondiale, che vennero abbandonati così facilmente al loro destino anche perché possedevano molte cose, guadagnavano bene e i loro commerci erano prosperi, insomma facevano invidia al prossimo.

Oggi in Turchia gran parte della società civile e dell’opinione pubblica sembra non voler più chiudere gli occhi sulla questione armena, ma il governo turco sta andando nella stessa direzione?

Quando pensiamo al fatto che il nostro Presidente attuale ha cercato di organizzare per il 24 aprile 2015 (stesso giorno della ricorrenza del centenario del genocidio armeno, ndr) una commemorazione della battaglia dei Dardanelli, combattuta dalla Turchia contro le forze alleate durante la Prima Guerra mondiale, una data che per noi turchi non ha mai rivestito alcun significato… beh, pensando a questo avete la misura di come stiano andando le cose. Per fortuna poi questa “brillante” idea è tramontata, perché non ha ricevuto l’appoggio internazionale, ma nemmeno il consenso da gran parte dell’opinione pubblica turca. Per noi turchi è importante riconoscere questa parte del nostro passato per poter andare avanti. La nostra è una società malata che ha bisogno, per guarire, di riconoscere e di ripassare la storia. Per questo mi sento anch’io, in prima persona, sensibile alla questione armena.

C’è un significato dietro la scelta di portare a teatro “La Bastarda di Istanbul” proprio in questo 2015, il centenario dal genocidio armeno?

Con Angelo Savelli e Giancarlo Mordini non abbiamo scelto di rappresentare quest’opera perché ricorreva il centenario del genocidio. In realtà eravamo alla ricerca di qualcosa che ci potesse piacere e che si inserisse nel solco tracciato da “L’Ultimo Harem”, un successone che per undici anni ha fatto sempre il tutto esaurito qui al Teatro di Rifredi. Quando abbiamo fatto la lettura scenica de “La Bastarda di Istanbul”, abbiamo subito avuto un feedback molto positivo dal pubblico. Poi abbiamo ottenuto i diritti di rappresentazione, in esclusiva mondiale, direttamente da Elif Shafak, che mi conosceva e si è fidata di me e del lavoro che avremmo svolto sul suo testo. Non c’è stata nessuna pianificazione temporale comunque, è stata una coincidenza… certe volte, ed è anche bello così, le cose vengono da sole. Personalmente sono contraria nel portare in scena delle idee politiche, il teatro deve restare teatro per me. Ammettendo quindi che nella vita esista il caso, è capitato che mettessimo in scena questa pièce, così evocativa, proprio nel 2015.

Giulia Di Stefano

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