Sul Genocidio Armeno, L’Ambasciatore a FQ: “Rompiamo l’indifferenza”

 

Di Giulia Di Stefano il 3 marzo 2015

Un piccolo Stato ai piedi del biblico monte Ararat, dove secondo l’Antico Testamento si arenò l’Arca di Noè, un fazzoletto di terra da 30 mila metri quadrati tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. La Repubblica di Armenia, costituitasi all’indomani dello scioglimento dell’ex Unione Sovietica, conta oggi al suo interno circa tre milioni di abitanti. Ma gli armeni, in tutto il mondo, sono almeno il doppio. Perché il popolo di questa antichissima terra, da sempre crocevia culturale e commerciale tra oriente e occidente e culla del Cristianesimo, è un popolo che ha sempre teso a “trascendere i propri confini territoriali pur essendo fortemente legato al suo territorio”, come ci spiega col suo tono pacato e sorridente, Sargis Ghazaryan, il giovanissimo ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia.

Il 24 aprile di quest’anno ricorrerà il centenario del genocidio armeno, un fatto troppo spesso dimenticato dai mass media, che rappresentò tuttavia il primo sterminio su base etnica del ’900 ed aprì letteralmente la strada alla ben più conosciuta tragedia ebraica della shoah. Furono circa un milione e mezzo gli armeni massacrati dall’Impero ottomano che, all’ombra dello scoppio della prima Guerra mondiale, si propose l’intento di cancellare la presenza armena dal suolo turco. Oggi le Nazioni Unite, l’Europa e decine di paesi nel mondo, tra cui l’Italia, riconoscono ufficialmente lo sterminio del 1915 ma all’appello manca proprio la Turchia, il cui governo continua a negare l’esistenza di questo genocidio. In occasione di questa importante ricorrenza, l’Ambasciata armena in Italia e le numerose associazioni presenti nel nostro Paese, come l’Unione Armeni d’Italia e Assoarmeni  stanno organizzando svariate iniziative, per non dimenticare e per diffondere la conoscenza della storia del popolo armeno. Per saperne di più, abbiamo fatto una chiacchierata con l’Ambasciatore Sargis Ghazaryan, classe ’79, nato a Vanadzor, in Armenia, e residente in Italia dal ’91, quando iniziò i suoi studi prima a Venezia e poi a Trieste.

Ambasciatore cosa vuol dire essere armeni oggi fuori e dentro la Repubblica d’Armenia?

 

Significa testimoniare ogni giorno, con i nostri atti e pensieri, la resilienza del nostro popolo, quella resilienza che determinò la sopravvivenza per la prima generazione del genocidio, poi il racconto per la seconda generazione e infine la ricostruzione da parte della terza. Tutte le generazioni dei sopravvissuti al genocidio e dei loro discendenti hanno dimostrato questa resilienza con una grande voglia di riscatto. Credo che il riscatto sia stata la risposta più eclatante e in un certo senso anche più inaspettata all’intenzione genocidaria, che ha comportato la nascita e la rinascita della Repubblica di Armenia. Con il genocidio si volevano eliminare tutti gli armeni e invece oggi essere armeno è sinonimo di un’identità globale e a-geografica, siamo cittadini del mondo ma legati alla nostra terra di origine. Negli ultimi venti secoli la società armena è sempre stata una società di confine, che mediava tra oriente e occidente. La Repubblica di Armenia e la diaspora sono in qualche modo i due polmoni di uno stesso organismo, sono complementari.

C’è attualmente un fenomeno simile all’aliyah per gli ebrei, ovvero un’immigrazione di ritorno da parte degli armeni verso la Repubblica di Armenia?

Esiste, ed è un fenomeno relativamente recente, riferibile al ventesimo secolo. In particolare dagli anni ’90 in poi, con l’indipendenza della Repubblica d’Armenia dall’ex Unione Sovietica, c’è stato un fenomeno di rimpatrio soprattutto da parte dei giovani armeni nati nei vari angoli del mondo. Il Novecento si è aperto con un trauma per noi e si è sviluppato poi con la voglia di cancellare quel trauma: i giovani tornano oggi in Armenia per realizzare i propri sogni e progetti, le loro start up con strumenti di venture capital, fondanolì aziende globali che capitalizzano sulle reti globali armene. Missione degli organi dello stato armeno è proprio agevolare questo ritorno e contaminazione continua.

Il popolo armeno quindi ha una forte identità, anche se disperso per il mondo. Non si può dire però che la sua storia, e soprattutto il genocidio che subì nel 1915, abbia ricevuto sempre la giusta attenzione da parte dei governi e dell’opinione pubblica internazionale. Perché secondo lei?

Ogni genocidio cerca di nascondere se stesso. Il metodo genocidario, che prevede l’eliminazione parziale o totale di un certo gruppo etnico, viene celato spesso da altri importanti fatti storici. Così è stato per il genocidio armeno, messo a punto durante la Grande Guerra, e poi per la persecuzione nazista contro gli ebrei durante la seconda Guerra mondiale: le crisi globali sono servite da alibi e da filtro dietro il quale nascondere gli stermini di massa. Nel 1915 le potenze alleate accusarono il governo dei Giovani turchi di crimini contro l’umanità con una dichiarazione congiunta. Il termine “genocidio” ancora non esisteva perché fu coniato nel ’43, prima del processo di Norimberga ai nazisti, dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin. Lo stesso Lemkin, per determinare la fattispecie di reato del genocidio, prese ad esempio i criteri metodologici usati dai Giovani Turchi contro gli armeni.

Durante il genocidio armeno i crimini ottomani venivano quindi classificati come crimini di “lesa umanità” e io credo che in termini etici non ci sia espressione più grave: un crimine di lesa umanità è un atto dove viene lesa l’umanità della vittima, quella del carnefice e quella dell’umanità intera. Nel ventennio fra le due guerre scese però un oblio sul genocidio armeno, autoimposto dalle potenze europee perché intanto era nata una Repubblica sulle ceneri dell’Impero ottomano e ci fu un calcolo di cinica contingenza geopolitica. Questo però ci portò dritti dritti alla seconda grande tragedia del ‘900, in termini temporali, ovvero il genocidio degli ebrei. Poco prima di iniziare l’invasione della Polonia, il 22 agosto del 1939, a Obersalzberg Hitler fece un discorso allo Stato maggiore dell’Esercito tedesco, per incitare i suoi generali a non avere pietà nemmeno dei civili durante l’attacco. Concluse il suo discorso domandandosi cinicamente: “dopotutto, chi si ricorda ancora dell’annientamento degli armeni sotto l’Impero ottomano?”.

Quanto pesa, su questo oblio, il negazionismo che ancora oggi porta avanti la stessa Turchia?

Oggi ci sono quasi trenta paesi al mondo che riconoscono il genocidio armeno, anche l’Italia, dal 2000, è tra questi paesi virtuosi che hanno preferito non chiudere gli occhi. Poi ovviamente le Nazioni Unite, il Parlamento Europeo e tutte le maggiori organizzazioni internazionali delegate alla protezione dei diritti umani chiamano il genocidio armeno con il proprio nome. La Turchia è la grande negazionista ma per Turchia intendo il governo turco e non il popolo né la società civile turca o l’opinione pubblica. Anzi, nel contesto generale della richiesta di maggiore libertà d’espressione, per cui attualmente la società civile e molti intellettuali turchi si battono, la questione del riconoscimento del genocidio armeno viene messa al centro.

Fino a qualche anno fa, chi parlava del genocidio armeno in Turchia veniva arrestato e processato, in forza dell’articolo 301 del codice penale turco, ovvero di vilipendio alla Turchia. Vari esecutivi turchi negli ultimi 30 anni hanno tentato di riportare il dibattito del genocidio su un piano storico. Per noi però il genocidio non è solo quel fatto storico oramai riconosciuto quasi universalmente dalla comunità degli storici mondiali, ma è un fatto storico che produce effetti politici: finora ne sono testimonianza l’ostilità turca nei confronti della Repubblica d’Armenia, i tentativi armeni falliti di normalizzazione dei rapporti bilaterali e nell’apertura dei confini da parte turca. Credo che questa continua negazione da parte delle istituzioni turche sia ormai riferibile a un vero tabù, uno stereotipo che si è venuto a creare in questi cento anni durante i quali intere generazioni turche sono state cresciute con libri di storia in cui vigeva “l’armenofobia”, in cui l’armeno era il capro espiatorio di tutti i mali e veniva rappresentato come il traditore dell’Impero ottomano. Noi ci auguriamo che adesso i risultati cui è arrivata gran parte della società civile turca, in termini di riconoscimento del genocidio, influenzino anche l’opinione pubblica. Siamo convinti, come lo erano i tedeschi negli anni ’50, che la verità rende liberi. Rende liberi i discendenti dei carnefici ma allo stesso modo i discendenti delle vittime.

Questa verità di cui lei parla passa attraverso la memoria e la conoscenza della storia: cosa state organizzando per ricordare il centenario del genocidio qui in Italia?

Come diceva il premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz, l’ultimo atto di un genocidio è la sua negazione, che rende il crimine perfetto e quindi replicabile. Noi, nell’anno del centenario del nostro genocidio, vorremmo veramente rompere questo circolo vizioso che culmina con la negazione, l’indifferenza, i silenzi. Il ‘900 è stato anche il secolo delle indifferenze, nonostante lo sviluppo senza precedenti dei mezzi di comunicazione di massa. Il negazionismo si combatte attraverso una giusta informazione e soprattutto attraverso gli strumenti dell’istruzione, per creare gli anticorpi nelle giovani generazioni contro questi crimini. Allo stesso tempo vorremmo raccontare la civiltà armena, vorremmo parlare di ciò che rischiava di scomparire e che non è scomparso, i nostri codici, la nostra cultura, i venti secoli delle comunità armene in Italia, contaminazioni, integrazioni del popolo armeno.

Dal 6 marzo al 3 maggio si svolgerà a Roma, nel complesso del Vittoriano, la mostra “Armenia, il popolo dell’Arca” : sarà un itinerario affascinante attraverso i 3 mila anni di storia della civiltà armena, le sue metamorfosi, le interazioni con le altre civiltà e poi il genocidio, raccontato attraverso gli scritti di italiani che riconobbero da subito questo crimine, come Luigi Luzzatti, Filippo Meda, Antonio Gramsci. Il 23-28 marzo, sempre a Roma, in collaborazione con l’ex discoteca di Stato, l’Icbsa (Istituto per la conservazione dei beni sonori e audiovisivi) e l’Ais (Associazione italiana sociologia) organizziamo una settimana di tavole rotonde, presentazioni di libri e una rassegna cinematografica sul Novecento armeno. Si tratta di un dibattito culturale, un’azione tesa a raccontare l’Armenia e gli armeni e sconfiggere l’indifferenza. Molto importante sarà anche il padiglione armeno presente alla Biennale di Venezia, che quest’anno porta il titolo “Armenità”. Il padiglione, curato da Adelina Cuberyan von Furstenberg, è il racconto dell’identità armena, attraverso le opere di 19 artisti di origine armena e provenienti da tutto il mondo.
Giulia Di Stefano