Armenia, Turchia e la contesa per una data: 25 Aprile 1915. 2duerighe.com 19.01.2015

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe invitato il suo omologo armeno, Serzh Sarkisian, ad una cerimonia il giorno delle commemorazioni del genocidio del 1915. La provocazione non può passare inosservata.

Cerchiamo di capire cosa sia successo. Venerdì scorso il presidente turco ha innescato una antipatica polemica invitando il suo omologo armeno alla cerimonia che celebra i 100 anni della battaglia di Gallipoli, manifestazione prevista lo stesso giorno in cui l’Armenia commemora i massacri del 1915. Una fonte ufficiale turca ha reso noto che Erdogan avrebbe ufficialmente spedito in questi giorni un centinaio di inviti ad altrettanti capi di Stato e di Governo del Mondo intero, per le celebrazioni, il prossimo 24 Aprile, del famoso episodio orientale della Prima Guerra Mondiale. In testa a questa lunga lista spicca il nome del Presidente americano Barack Obama, e poco più giù quello di Serzh Sarkissian, Presidente dell’Armenia, in conflitto con la Turchia per la questione delle centinaia di migliaia di armeni uccisi dall’Impero Ottomano a partire dal 1915 e che Ankara rifiuta di considerare come un genocidio.

L’invito di Erdogan ha raccolto un secco rifiuto da parte di Erevan, che ha denunciato una manipolazione della Storia. Questa nuova controversia tra le due capitali, che non hanno relazioni diplomatiche, nasce da un strana coincidenza della Storia. La battaglia di Gallipoli è iniziata il 25 Aprile 1915, quando un contingente di truppe inglesi, neozelandesi, australiane e francesi sbarca sulle coste di questa penisola posta nel Nord-Est dell’attuale Turchia per riaprire lo stretto dei Dardanelli e portare la guerra nel cuore dell’Impero Ottomano, alleato della Germania. Alla fine di nove mesi di aspri combattimenti, gli Alleate sono costretti a battere in ritirata lasciando dietro a loro 180mila morti. Questa battaglia, alla quale ha attivamente partecipato Mustafa Kemal e che proclamerà nel 1923 la nascita della Repubblica turca moderna sorta dalla caduta dell’Impero ottomano, viene tradizionalmente celebrata dai turchi il 25 Aprile, il giorno dopo da migliaia di visitatori che arrivano dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, dove il 25 Aprile è festa Nazionale (ANZAC Day).

Coincidenza, questo 24 Aprile segna anche l’inizio, nel 1915, degli arresti e dei massacri degli armeni da parte dell’Impero Ottomano. Ogni anno, l’Armenia e gli armeni della diaspora onorano le loro vittime. I portavoce del Presidente Sarkissian hanno affermato che Erdogan abbia deliberatamente approfittato di questo conflitto di date per distogliere l’attenzione del Mondo dalle celebrazioni che segnano il centenario del genocidio, denunciando nuovamente la politica negazionista di Ankara. Il Capo di Stato armeno ha precisato che aveva lui stesso invitato Erdogan a recarsi nel suo Paese ad Aprile e ha sottolineato che non era sua abitudine andare a trovare un invitato che non ha risposto ad un suo proprio invito. Viene solo da pensare che quella di Erdogan sia una contromisura diplomatica, per non dire boicottaggio, destinata a neutralizzare la presenza, prevista quel giorno a Erevan, di Capi di Stato stranieri: il Presidente della Repubblica francese Hollande e il Presidente della Repubblica Federale, Joachim Gauck, hanno già inviato la loro conferma di partecipazione al Presidente della Repubblica d’Armenia, e molti altri seguiranno.

La Turchia si è sempre rifiutata di ammettere qualsiasi eliminazione pianificata, riconoscendo la morte di 500mila armeni (contro il milione e mezzo di morti, dimostrati dalla cronache e dalla storia). Nell’aprile del 2014, il Presidente Erdogan, allora primo Ministro aveva, timidamente, porto le sue condoglianze a tutti i caduti della prima guerra mondiale: avevo espresso il suo rammarico, evocando un dolore comune, ma forse era anche riuscito a mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Non era riuscito ad affermare, con la determinazione necessaria, che una voluta pianificazione delle morti armene era stata posta in essere dai suoi predecessori: morti nelle marce forzate e gli assassinati fra quelli che erano sopravvissuti alle marce E la scorsa settimana ha fatto un’ulteriore e pesante marcia in dietro, scartando formalmente qualsiasi possibilità di riconoscere il genocidio. Secondo un sondaggio apparso questa settimana, meno del 10% dei turchi desiderano che il loro Governo riconosca il genocidio armeno (anche se sulla spontaneità delle risposte abbiamo di certo più di un dubbio). La Turchia e l’Armenia hanno firmato nel 2009 dei protocolli, chiamati “di Zurigo”, che avrebbero dovuto normalizzare le loro relazioni. Cinque anni dopo, questi testi non sono ancora stati ratificati.. Una cosa è il negazionismo perpetrato da qualche sedicente studioso revisionista, altra cosa è il negazionismo di Stato: in questo caso, il negazionismo è un atto che rende ancora più è perfetto il crimine, lo compie due volte. Un genocidio non è un conflitto aperto a mediazioni diplomatiche, ma è un crimine contro l’umanità che, se non riconosciuto, aumenta non solo il dolore, ma annienta il pur presente desiderio di riconciliazione dei sopravvissuti. E’ da qui che bisogna ripartire.

di Jacqueline Rastrelli