ARMENI, la strage vista dagli ebrei. Avvenire 14.01.2015

Antonia Arslan

Il libro: calpestati e dimenticati
Nel 2015 ricorre il centenario del grande genocidio armeno. Per l’occasione la casa editrice Giuntina ha pensato di pubblicare un libro con quattro testimonianze di ebrei sconvolti, con le loro famiglie e amici, dall’essere stati testimoni della furia omicida e distruttrice dei turchi. Si chiama Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno (pagine 140, euro 12). Curato da Fulvio Cortese e Francesco Berti, con le traduzioni di Rosanella Volponi, propone interessanti scritti inediti degli anni immediatamente seguenti ai fatti. Pubblichiamo qui ampi stralci della prefazione di Antonia Arslan (nella foto). Quattro testimonianze sul e dal genocidio che in qualche modo ne ricostruiscono la storia, ne chiariscono le peculiarità e ne descrivono gli orrori. Una amara denuncia delle responsabilità, resa col coraggio di chi non rimane in silenzio davanti all’umanità calpestata. Ma soprattutto l’indignazione di chi vede il mondo restare inerme se non indifferente davanti a un crimine tanto efferato.

In ogni testimonianza ritornano, con infallibile puntualità, le stesse tragiche informazioni. E sono informazioni di prima mano, contemporanee allo svolgersi dei fatti. Come in una scena di film, girata più volte da differenti angoli di prospettiva, ma con gli stessi attori che recitano le stesse battute, da ognuno ritroviamo descritta la tecnica delle stragi degli armeni: l’uccisione degli uomini, la deportazione verso il nulla di donne, vecchi e bambini, gli assalti alle carovane, le violenze e gli orrori, i gendarmi avidi e crudeli, l’apocalisse del ferro e del fuoco. Balza agli occhi un’osservazione immediata: a tutti loro appare chiara, con palmare evidenza, la certezza della premeditazione, cioè la volontà precisa, da parte del gruppo di Giovani Turchi a capo del governo ottomano, di pianificare con estrema accuratezza lo svolgersi degli eventi. 

Attraverso le tante storie raccontate dai testimoni facenti parte di un popolo, quello ebraico, ahimè più che esperto nel riconoscere i sintomi di pogrom e persecuzioni, il lettore rivive con vivida immediatezza i fatti che condussero all’eliminazione degli armeni dalle loro sedi ancestrali, e la brutalità efficiente dei membri del partito e delle bande di irregolari. Questi si servirono per i loro scopi di ogni astuzia e ogni mezzo possibile, disarmando i soldati di origine armena, annientando gli sporadici tentativi di resistenza, costringendo le donne alle marce della morte, col risultato finale di «estirpare» dalle radici la struttura sociale, culturale e religiosa del popolo armeno. 

«In tutta questa guerra di orrori – scrive per esempio Lewis Einstein – questo [l’annientamento degli armeni] deve rimanere l’orrore supremo. Niente ha eguagliato la distruzione, silenziosamente pianificata, di un popolo, né i burocrati tedeschi possono facilmente sfuggire alla loro terribile parte di responsabilità per la loro acquiescenza in questo crimine. Il popolo armeno in Asia Minore è stato virtualmente distrutto». 

È la stessa conclusione a cui giunge, con forza definitiva, Aaron Aaronsohn, nel suo appello Pro Armenia: «I massacri armeni sono frutto dell’azione pianificata con cura dai turchi, e i tedeschi certamente dovranno condividere per sempre con loro l’infamia di questa azione ». L’accusa verso i tedeschi in tutte queste testimonianze corre parallela a quella verso i turchi. Nessuno sembra aver dubbi sul fatto che le alte sfere dell’impero tedesco, uomini politici, diplomatici, militari, siano state complici dell’immenso delitto che è stato compiuto contro il popolo armeno: se non attivi partecipanti, perlomeno passivi spettatori di un’infamia contro la quale sarebbero potuti intervenire, vista la loro massiccia influenza sul governo turco – e non lo fecero. Anzi, come nel caso dell’ambasciatore a Costantinopoli Von Wangenheim e di altri tedeschi in posizioni importanti, arrivarono a giustificare i massacri e a favorire una politica di impassibile indifferenza. 

Particolarmente interessante è il testo di Aaron Aaronsohn, palpitante testimonianza diretta del capo del famoso gruppo Nili, composto da alcuni, pochi, giovani ebrei, figli di famiglie emigrate dalla Romania verso la Terra Promessa alla fine dell’Ottocento, che dalla loro postazione in Palestina, dunque all’interno dell’impero ottomano, decisero di fornire preziose informazioni strategiche all’intelligence inglese. L’aver assistito impotenti al passaggio delle carovane degli armeni avviati allo sterminio, e la sensazione che dopo gli armeni lo stesso destino poteva toccare agli ebrei, influì potentemente sulla loro decisione. 

Le informazioni fornite da Aaron, da sua sorella Sarah e dagli altri membri del gruppo furono preziose per l’esito della guerra in Siria e in Palestina, ma fu proprio la tragedia armena all’origine del loro appassionato impegno politico, come traspare chiaramente dai loro scritti dell’epoca, realistici, efficaci, ricchissimi di dati e di informazioni. Vi si percepisce non solo l’accuratezza emotiva dei testimoni oculari, ma anche l’empatia compassionevole e la fraternità nel dolore verso le disgraziate vittime armene: «I campi sono deserti, intorno al pozzo dei villaggi le ragazze armene non riempiono più le loro brocche. I turchi sono passati là. […] Armeni, fratelli miei, è un ebreo che vi sta parlando. Il figlio di una razza perseguitata, oltraggiata, mal-trattata, come lo è la vostra. […] Armeni, fratelli miei, noi non possiamo aspettarci nulla dai governi, noi abbiamo soltanto le nostre anime…» scrive per esempio con lucida passione, in un articolo da New York del novembre 1915 intitolato Armenia!, il terzo fratello, Alex. Più toccante di ogni parola è però la storia di Sarah. Lei non scrive, soffre e agisce.
 
Nell’estate del 1915, viaggiando da Costantinopoli verso casa, attraversa tutta l’Anatolia, vede con i suoi occhi ciò che viene fatto agli armeni, e ne rimane intossicata per sempre, tanto da coinvolgere profondamente i suoi fratelli, e da venir colpita per anni da seri disturbi psichici. Ma quando, nel settembre 1917, verrà scoperta, imprigionata e torturata, Sarah non rivelerà niente dell’attività del suo gruppo; si limiterà a inveire contro i suoi torturatori prima di uccidersi, maledicendoli e chiamandoli codardi e bestie selvagge, ma anche affermando la sua vittoria: «Voi siete perduti! La salvezza sta arrivando. Io ho salvato la mia gente, io ho vendicato il sangue degli armeni. Siate maledetti fino alla fine dei tempi!». 

Completano il libro alcune pagine del dossier di Raphael Lemkin, il giurista e intellettuale ebreo polacco che inventò nel 1944 il termine «genocidio» e definì nelle sue specifiche caratteristiche il tipo di sterminio che da allora viene chiamato con questo nome. Come è noto, è la definizione di Lemkin che venne quasi per intero accettata dalle Nazioni Unite nella famosa seduta del dicembre 1948, ma va ricordato che egli cominciò a occuparsi di crimini contro l’umanità partendo dal caso armeno, di cui aveva cominciato ad appassionarsi leggendo i resoconti del processo di Berlino allo studente Soghomon Tehlirian, che nel 1921 aveva giustiziato il massimo responsabile del genocidio, Talaat Pascià, il ministro dell’Interno che nel 1915 era stato il principale organizzatore della «pulizia etnica» contro gli armeni.
 
Ed è proprio con Lemkin, questa figura cruciale e troppo spesso dimenticata della riflessione politica e umanistica del ventesimo secolo, che il tema dell’“invenzione genocidaria”, questo cancro della modernità, viene definito con fredda passione nelle sue infami modalità e conseguenze.