Intervento del Dr. Marco Tosatti al Meeting di Rimini 25/8/05 

La libertà di ricordare      -     La libertà di credere

Parliamo di genocidio armeno; un orrore volutamente nascosto per molti anni, perché – e questo è valido ancora adesso – il governo di Ankara è protagonista di una sistematica campagna negazionista, nel paese e all’estero. Ne parliamo perché la cancellazione deliberata della storia , è un gesto diretto contro la libertà, quella del ricordo e della memoria, senza la quale un essere umano non è nulla; e ne parliamo perché questa privazione del ricordo, questa cancellazione della storia, riguarda un numero grandissimo di singole persone, i figli e i nipoti delle vittime, ma riguarda anche la comunità cristiana in quanto tale. Il genocidio armeno ha avuto radici politiche e sociali, certamente; ma non solo. La componente anti-cristiana vi ha giocato un ruolo determinante, fino a coinvolgere nella morte anche chi armeno non era, ma ne condivideva la fede in Cristo: siriaci, greci e altre minoranze religiose. Ne parliamo anche perché è in gioco adesso, non un secolo fa, la libertà religiosa di quanti vivono in quel paese.

Novant’anni fa il piano di sterminio della minoranza armena era in pieno vigore. Centinaia di migliaia di persone erano strappate dalle proprie case, incolonnate e deportate verso i deserti dell’est della Siria. In genere si trattava di vecchi, donne e bambini; i maschi adulti erano già stati separati dalle famiglie e avviati a morte in precedenza. Secondo moltissime testimonianze dell’epoca, e secondo ormai la maggioranza degli studiosi, fra cui anche alcuni turchi, si è trattato di un piano ben preciso, organizzato dai vertici del potere. E’ stato  il primo genocidio del secolo XX, iniziato dal governo turco del 1915, un <triumvirato> - Talaat Pasha, Enver Pasha e Djemal Pasha – espressione del partito <Ittihad>, <Unità>, che decise lucidamente lo sterminio della più grande comunità cristiana del Vicino Oriente. Le cifre di questo olocausto sono ancora oggetto di discussione, oscillano da ottocentomila a un milione e mezzo di vittime. Un genocidio documentato da testimonianze (quelle fotografiche, di Armin Wegner,  sono agghiaccianti) degli alleati dei turchi di allora, i tedeschi; e di esponenti diplomatici di paesi neutrali, oltre che di religiosi e viaggiatori europei. Le testimonianze e le inchieste portano a questa conclusione: gli armeni da Costantinopoli fino al Caucaso furono massacrati seguendo un piano preciso del governo centrale. Erano una minoranza ricca, culturalmente più elevata della media, e in alcune sue componenti sognava l’autonomia, se non la completa indipendenza politica. Quindi, pericolosa.

Il governo turco da sempre non solo ha una posizione negazionista, ma profonde soldi ed energie per difendere una tesi che più passano gli anni e più diventa insostenibile. Non bastano le pressioni, i ricatti, le minacce che sono state adoperate in passato e lo sono ancora verso singoli e governi, parlamenti e giornali, per cancellare un dato di fatto: e cioè che in Cilicia,  in Anatolia, zone dove fino a novant’anni fa la presenza cristiana era altissima – fino al quaranta per cento del totale – adesso di cristiani non ce n’è più,  nessuno. E le migliaia di monumenti, chiese ed edifici vengono lasciati molto spesso andare in rovina, quando non deliberatamente distrutti, per contribuire alla riscrittura della storia necessaria alla politica negazionista che ancora adesso, con alcune importanti complicità, si rifiuta di ammettere quello che la maggior parte degli storici, ripeto, alcuni anche turchi, con grande onestà e coraggio personali, riconosce senza difficoltà.

Queste poche parole servono giusto per inquadrare il problema; ma per chi voglia approfondire l’aspetto di conoscenza dei fatti, esistono libri come <Storia del genocidio armeno> di Vahakn Dadrian , o <Una finestra sul massacro> dello storico Marco Impagliazzo  dotati di grande rigore scientifico e documentario: illuminanti.

 

Ma oggi, qui, parliamo di questo argomento con riferimento a dei libri. La bellissima <Masseria delle Allodole> di Antonia Arslan, e il nostro – di Flavia Amabile e mio -  <Mussa dagh – Gli eroi traditi>.

Perché lo abbiamo scritto (è, in realtà, il terzo libro sugli armeni e il loro dramma di cui siamo stati autori, dopo <I Baroni di Aleppo> e <La vera storia del Mussa Dagh>)?

Fino a quando non compimmo un viaggio in Siria, all’inizio degli anni ’90, non sapevamo nulla o quasi di armeni, e ancora meno del genocidio. E come avremmo potuto? Sui libri di storia italiani – e questo forse dura ancora oggi – la scomparsa di centinaia di migliaia di cristiani, in maniera orrenda, semplicemente non esisteva. Forse qualcuno di voi conosce <I quaranta giorni del Mussa Dagh> di Franz Werfel, un grande scrittore austriaco, ebreo, toccato dal cattolicesimo, autore di una bellissima biografia di Bernadette di Lourdes. Me li ricordo, <I quaranta giorni del Mussa Dagh> quando ero bambino nella <Medusa> Mondadori; per decenni non sono stati ristampati. Ho molto chiaro un ricordo recente; e cioè che a metà degli anni ’90, quando abbiamo cominciato a interessarci del problema,  abbiamo fatto una ricerca accurata su ciò che esisteva di pubblicato in Italia: abbiamo trovato solo un libriccino, <Metz Yeghern>, pubblicato da Guerini, dell’amico Claude Mutafian; <Il grande Male>, così gli armeni chiamano il loro olocausto. Adesso, grazie al coraggio dell’editore Guerini, e anche a qualche altra casa editrice, questo incredibile vuoto si sta parzialmente colmando. Ma io credo che negli ultimi cinquant’anni abbia giocato un ruolo, in questo incredibile oblio, e un ruolo non piccolo, anche la campagna negazionista del governo turco.

La geopolitica e le vicende storiche hanno fatto sì che la Turchia fosse dalla parte <giusta> del muro, durante la Guerra Fredda. Era il primo bastione orientale contro l’Impero del Male; era – ed è – il grande alleato strategico degli Stati Uniti e di Israele nella zona. L’Armenia faceva parte, volente o nolente, dell’Urss. A chi poteva interessare disseppellire qualche centinaio di migliaia di morti da decenni e irritare gli amici di Ankara, che per di più sul tema dimostravano – e dimostrano – una suscettibilità che sembra eguagliata solo dal livello di cattiva coscienza?

Libertà e ricordo,libertà e memoria. Non c’è famiglia armena che non abbia qualche ricordo terribile, o anche solo drammatico, nella sua memoria. Negare quello che è accaduto, negare il diritto al dolore – quando, come fa certa propaganda, non si accusano gli armeni di aver massacrato i turchi – è aggiungere ferita a ferita,  aprire il baratro dell’orrore un’altra volta. Non solo: qualcuno ha detto che un genocidio orfano, senza padri, senza responsabili, è il padre di altri genocidi. La storia sta lì a dimostrarlo. E’ storicamente determinato, al di là di ogni possibile polemica, (vedi Impagliazzo, Una finestra sul massacro) che Hitler, a chi in una discussione avanzava riserve sul piano di sterminio totale degli ebrei e  di altre popolazioni <subumane> obiettò: <Chi si ricorda, oggi, del massacro degli armeni>?

Ma veniamo al Mussa Dagh, e al tradimento.

Il <Mussa Dagh> - la montagna di Mosè, in turco, Musa Ler in armeno, è un’altura sul mare, vicino ad Alessandretta. Gli eroi del Mussa Dagh sono i cinquemila abitanti di sette villaggi che risposero all’ordine di deportazione ottomano salendo sulla montagna con tutti i loro averi, e respinsero per quasi due mesi gli attacchi dell’esercito turco fino a quando non furono salvati, quasi per caso, dalla flotta francese, e trasportati in Egitto. Una saga meravigliosa; sia nella parte, più nota, grazie a Werfel, della resistenza armata, che in quella del <dopo>. Un dopo difficile, e segnato da tradimenti; e l’ultimo forse sta avvenendo adesso.

Gli organizzatori del genocidio erano il frutto della cultura positivista del tempo; atei, o agnostici, che però hanno saputo sfruttare molto bene – come accade d’altronde anche adesso – una religione, l’Islam, per i loro fini contro i cristiani. Così il genocidio si è colorato anche di motivazioni religiose (non a caso è stato beatificato <in odium fidei> da Giovanni Paolo II il vescovo Ignace Maloyan, ucciso insieme ad altri cristiani durante la deportazione perché si rifiutò di convertirsi). E, almeno inizialmente, la conversione alla religione maomettana poteva costituire un modo di salvarsi la vita. In seguito no; e così si è compiuto, e concluso,  nel sangue il più formidabile attacco a una comunità cristiana da molti secoli.

Le conseguenze sono evidenti. Il genocidio del 1915 è stato il primo, gigantesco passo nell’erosione della presenza cristiana a oriente di Costantinopoli. Un’erosione che purtroppo continua; anzi sembra accelerare il suo ritmo.

Perché parliamo di tradimento. Non c’è dubbio che il popolo del Mussa Dagh fosse composto in larga parte da eroi: uomini, donne e bambini si sono battuti da coraggiosi. E in seguito, una volta salvati, molti si sono arruolati nella <Legione d’Oriente> per andare a combattere gli assassini dei loro fratelli. Sono stati traditi varie volte; ma soprattutto nel 1939, quando la Francia ha ceduto il <sangiaccato> di Alessandretta, e il Mussa Dagh, in cui erano tornati, alla Turchia per cercare di comprare la neutralità di Ankara nella Seconda Guerra Mondiale. Erano già stati traditi dalla Comunità internazionale nel 1919, quando dopo qualche processo, i loro assassini se ne sono andati impuniti. Ha scritto di recente Yossi Sarid, un deputato israeliano: <Se già allora, nella prima parte del secolo, la comunità internazionale si fosse comportata come avrebbe dovuto in relazione al genocidio armeno, è altamente possibile che sarebbe stato possibile prevenire quello che è accaduto dopo, forse persino l’Olocausto>. E adesso si sta consumando un altro tradimento. Il Parlamento europeo aveva posto come condizione per i negoziati di adesione della Turchia all’Unione Europea il riconoscimento del genocidio. Ma la Commissione ha molto addolcito quello che era un <paletto> ben preciso. In fondo si tratta solo di un’ecatombe di cristiani accaduta novant’anni fa…La memoria è un lusso riservato ad altri.

Nel corso del secolo scorso i genocidi – e i loro fratelli minori, massacri e pulizie etniche – si sono moltiplicati. Alcuni li abbiamo sotto gli occhi. La libertà del ricordo, della memoria allora può trasformarsi in uno strumento di salvezza, di sicurezza. Cito ancora Yossi Sarid: <Il genocidio prossimo venturo può essere prevenuto, se i casi precedenti non vengono cancellati senza che i responsabili siano indicati. La posizione turca è grave e oltraggiosa: Gli assassini sono morti da lungo tempo. I turchi di oggi non sono responsabili, così non è interamente chiaro perché insistano nel loro grande diniego, invece di accettare la responsabilità morale e storica. Danneggiano solo se stessi, la loro immagine e la loro statura, proprio mentre bussano alle porte della comunità internazionale e vogliono esser accettati nell’Unione Europea. Dovrebbero essere accettati, ma non prima che riconoscano le loro responsabilità>.

E siamo arrivati all’oggi, e all’interesse che anche qui da noi si è aperto su questo capitolo tremendo della storia. Come ha scritto Sarid, il  problema del riconoscimento del genocidio ormai non è più solo un problema di turchi e di armeni. La richiesta dell’ingresso della Turchia in Europa ha reso nostro, quel problema. L’Europa non è certamente un club cristiano, come è stato osservato da qualcuno in maniera sprezzante, ma l’atteggiamento negazionista di Ankara getta una luce inquietante su altri problemi: democrazia interna, libertà religiosa, libertà di espressione, multiculturalismo. E il genocidio armeno non è assimilabile ad altre – sia pure crudeli forme di spostamento di popoli quali ne abbiamo viste nel secondo dopoguerra, come sostenuto da qualcuno.

Libertà di espressione, di parlare, scrivere, pubblicare. Nel giugno scorso a Milano non ha potuto partecipare a un convegno un editore turco, Ragip Zarakolu, perché ha quattro processi in corso per aver pubblicato nel suo paese traduzioni di libri normalmente in commercio altrove. Vi leggo qualche riga dell’intervento che ha inviato per scusarsi della sua forzata asssenza:

<Tredici anni fa quando abbiamo pubblicato per la prima volta in Turchia un libro non ufficiale sul genocidio armeno, eravamo completamente soli. Abbiamo dovuto affrontare un muro di silenzio e di censura. I nostri libri furono immediatamente confiscati e la cara Ayse Nur condannata a 2 anni di prigione, dal 1994 al 1996, a causa del libro di Yves Ternon. Ma abbiamo avuto la nostra prima vittoria per la libertà di espressione nel 1997, con la pubblicazione del libro di Vahakn Dadrian. Processati, fummo prosciolti. Eravamo felici di aver tolto un primo mattone dal muro e aperto la discussione sulla tragedia armena. La nostra casa editrice aveva progettato di pubblicare un libro di Vahakn Dadrian col il titolo “Il genocidio armeno nelle fonti turche”, ma a causa di alcuni ostacoli, siamo in ritardo. Speriamo di iniziare questa settimana. Oltre ai processi che vanno avanti, la nostra casa editrice è sottoposta ad una enorme pressione economica. Le compagnie di distribuzione sono riluttanti a distribuire i nostri libri apertamente. Nei media non c’è nessuna recensione dei nostri libri. Ma ogni volta i nostri lettori cercano di trovare i nostri libri contattandoci direttamente. In tredici anni noi abbiamo stampato 5.000 copie del libro di Yves Ternon “Il tabù armeno”, 5000 copie del libro di Dadrian “Il genocidio nella giurisdizione internazionale : 1915, il caso armeno”, 7000 copie del libro di Franz Werfel “I quaranta giorni del Mussa Dagh”. Dopo aver letto questi libri molte più persone aprono gli occhi di fronte alla verità.  Ma ora a causa delle difficoltà di distribuzione siamo costretti a stampare i due volumi di Dadrian solo in 2000 copie, come anche gli altri nostri libri sui testimoni, sulla mitologia, sulla letteratura e la storia armena. Non sono grandi numeri, ma hanno ugualmente un impatto. Ancora una volta la porta si apre per una prospettiva diversa: per la verità. I circoli ultranazionalisti e fascisti hanno iniziato ora in Turchia una campagna gigantesca con minacce contro scrittori e storici “giusti”, “onesti”, come Oran Pamuk, Taner Akcam, Murat Belge e Halil Berktay e anche contro giornalisti armeni, quali Hrant Dink, che ha osato discutere la questione armena di fronte all’opinione pubblica.

I circoli di destra e ultranazionalisti hanno avuto successo con la cancellazione della conferenza accademica sugli armeni ottomani>.

E in effetti l'Università del Bosforo di Istanbul ha rinviato sine die una conferenza sui massacri degli armeni del 1915-16 che includeva alcuni storici turchi critici verso la posizione del governo di Ankara che nega il loro carattere di «genocidio», dopo che il portavoce dell’esecutivo aveva accusato quegli storici di «tradimento». Secondo un dispaccio di agenzia, di giugno, <I responsabili dell’Università  hanno annunciato di avere rinunciato a tenere la conferenza, che doveva cominciare oggi, per timore del clima creatosi dopo che il ministro della giustizia Cemil Cicek aveva commentato la presenza di quegli storici dissenzienti affermando: «Dobbiamo mettere fine a questo tradimento ed alla diffusione di propaganda anti-turca da parte di persone che appartengono alla Turchia».

Libertà di religione. Le vittime di novant’anni fa erano cristiane. Molte erano morte solo qualche anno prima, nei massacri di Cilicia, che avevano ancora una volta per bersaglio i <giaurri>, gli infedeli. Il riconoscimento del genocidio – e non, come accade anche adesso, accusare gli armeni di massacri – potrebbe forse cominciare a instillare qualche salutare germe di riflessione sulle colpe storiche di un mondo, quello islamico, sempre propenso ad assolversi. E avrebbe come ricaduto positiva un diverso rispetto per i cristiani di oggi. Che, a quanto pare non se la passano molto bene. Diamo la parola all’ambasciatore del Papa a Istanbul, monsignor Edmond Farhat. «In Turchia, paese che si definisce una democrazia laica, la libertà religiosa esiste solo sulla carta. Viene sancita dalla Costituzione, ma nei fatti non viene applicata. Mancanze nell'applicazione delle leggi a tutela dell'esercizio delle altre religioni, processi che durano decenni, strani ritardi e rinvii a ripetizione, reticenze e resistenze fanno pensare ad una strategia per non consentire ai cristiani la stessa libertà di cui le religioni non cristiane godono in Europa. In Turchia c'è una cristianofobia istituzionale non molto dissimile da quella esistente in altri paesi musulmani».

In 5 anni vi sono state in Turchia solo 368 conversioni al cristianesimo. «Quella sui missionari – ha detto il 23 giugno all’Ansa monsignor Farhat - è una polemica che rinasce di tanto in tanto in Turchia e che sembra riesumata a bella posta per limitare la libertà di culto dei cristiani. Questo non è serio».

«Dire (come ha detto un ministro turco, ndr) che una riunione dei rappresentanti delle chiese ortodosse al Patriarcato di Fanar è “un pericolo per la nazione turca”, o che riaprire il seminario ortodosso di Habeliyada è “un pericolo per l'Islam”, è francamente ridicolo» - soggiunge.  Nel 1927, secondo il censimento di quell'anno, c'erano in Turchia 900 mila cristiani su una popolazione di circa 13 milioni. Secondo il censimento del 2001, i cristiani sono scesi a 150 mila su una popolazione di 71 milioni.

«Un sacerdote cristiano, per avere il permesso di soggiorno, che tra l'altro deve essere rinnovato ogni anno, viene sottoposto a pratiche lunghissime e complicate con ritardi inspiegabili a rimpalli da un organismo ad un altro. Per esempio, attualmente abbiamo molte difficoltà ad ottenere il permesso di soggiorno per uno dei due preti residui in una Chiesa di Istanbul. Cinque mesi fa ha presentato la sua domanda, ma non riesce ad ottenerlo. Ogni volta che va in ambasciata gli si dice che ancora da Ankara non c'è risposta. Come al solito, non si dà un rifiuto, ma nemmeno risposta».

«Dal 1967 non riusciamo a farci riconoscere il diritto di passaggio per accedere ad una chiesa ad Adana dopo che la stessa chiesa è stata operante, grazie a quel passaggio, per più di 150 anni. Il diritto c'è ma non viene riconosciuto. La stessa cosa ci accade per quella che per 130 anni è stata la sede della rappresentanza diplomatica del Vaticano a Istanbul, e dove due papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II, hanno alloggiato. Nonostante diritti maturati in 150 anni, non riusciamo a fare riconoscere lo status diplomatico di quell' edificio. Non si dà risposta. È questa la prassi turca».

«Dal 1970 stiamo chiedendo un riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni in Turchia. Nel 2003 tutte le chiese cristiane hanno chiesto unitariamente allo stato turco questo riconoscimento. Nel 2004 lo ha fatto anche la Conferenza episcopale dei vescovi cattolici. Io sono andato dal premier Erdogan. Successivamente, nel febbraio scorso, gli ho scritto anche una lettera ufficiale». 

Senza esito, a quanto risulta fino ad oggi.

Forse a questo punto è più facile cogliere il filo che lega avvenimenti tanto lontani nel tempo al nostro presente, e all’immediato futuro; e ci si può chiedere se non ci sia bisogno di molta riflessione e prudenza, specialmente da parte di chi si dice cristiano, e cerca i voti dei cristiani su chi realmente sia l’ospite a cui apriamo la porta di casa.

Indice

akhtamar@comunitaarmena.it