Intervento del Dr. Marco Tosatti in occasione della presentazione del libro "Mussa Dagh - Gli eroi traditi" al Centro Culturale di Milano 9/6/2005.

Novant’anni fa, in questo momento, centinaia di migliaia di persone erano strappate dalle proprie case, incolonnate e deportate verso i deserti dell’est della Siria. I più fortunati erano ammazzati subito; agli altri toccavano torture, stupri, sofferenze indicibili e tutto quello che la crudeltà umana poteva escogitare. Parliamo del genocidio degli armeni, il primo genocidio del secolo XX, compiuto dal governo turco del 1915, un <triumvirato> - Talaat Pasha, Enver Pasha e Djemal Pasha – espressione del partito <Ittihad>, <Unità>, che decise lucidamente lo sterminio della più grande comunità cristiana del Vicino Oriente. Le cifre di questo olocausto sono ancora oggetto di discussione, oscillano da ottocentomila a un milione e mezzo di vittime. Un genocidio documentato da testimonianze (quelle fotografiche, di Armin Wegner,  sono agghiaccianti) degli alleati dei turchi di allora, i tedeschi; e di esponenti diplomatici di paesi neutrali, oltre che di religiosi e viaggiatori europei.

Non se parla, di questo genocidio, perché il governo di Ankara, ancora adesso, con alcune importanti complicità, si rifiuta di ammettere quello che la maggior parte degli storici, alcuni anche turchi, riconosce senza difficoltà. E cioè che dal 1915 al 1919, e anche oltre, gli armeni da Costantinopoli fino al Caucaso furono massacrati seguendo un piano preciso del governo centrale.

Il governo turco da sempre non solo ha una posizione negazionista, ma profonde soldi ed energie per difendere una tesi che più passano gli anni e più diventa insostenibile. Non bastano le pressioni, i ricatti, le minacce che sono state adoperate in passato e lo sono ancora verso singoli e governi, parlamenti e giornali, per cancellare un dato di fatto: e cioè che dalla Cilicia, dall’Anatolia, zone dove fino a novant’anni fa la presenza cristiana era altissima – fino al quaranta per cento del totale – adesso di cristiani non ce n’è più nessuno.

Non è questo né il luogo né il momento per approfondire questo tema; ma consigliamo di leggere, per esempio, l’opera di Vahakn Dadrian, <Storia del genocidio armeno>, un lavoro di grande rigore e documentazione.

Quello che intendo fare adesso, accennando al quadro generale del genocidio è fornire un contesto alla storia del libro che Flavia ed io abbiamo scritto, <Mussa dagh – Gli eroi traditi>; spiegare perché e come c’è stato un tradimento, e parlare del nuovo tradimento che sta avvenendo.

 

Premetto un fatto, che può apparire secondario, ma è importantissimo. Fino alla metà degli anni ’90 sapevamo poco o niente degli armeni, e ancora meno del genocidio. E come avremmo potuto? Sui libri di storia italiani – e questo forse dura ancora oggi – la scomparsa di centinaia di migliaia di cristiani, in maniera orrenda, semplicemente non esisteva. <La vera storia del Mussa Dagh> di Franz Werfel, che mi ricordo bambino nella <Medusa> Mondatori, per decenni non è stata ristampata. Ho molto chiaro un ricordo recente; e cioè che a metà degli anni ’90, quando abbiamo cominciato a interessarci del problema, - e ora vi dirò come e perché, - abbiamo fatto una ricerca accurata su ciò che esisteva di pubblicato in Italia: abbiamo trovato solo un libricino, <Metz Yeghern>, di Guerini; <Il grande Male>, così gli armeni chiamano il loro olocausto. La geopolitica e le vicende storiche hanno fatto sì che la Turchia fosse dalla parte <giusta> del muro, durante la guerra fredda. Era il primo bastione orientale contro l’Impero del Male; era – ed è – il grande alleato strategico degli Stati Uniti e di Israele nella zona. L’Armenia faceva parte, volente o nolente, dell’Urss. A chi poteva interessare disseppellire qualche centinaio di migliaia di morti da decenni e irritare gli amici di Ankara, che per di più sul tema dimostravano – e dimostrano – una suscettibilità che sembra eguagliata solo dal livello di cattiva coscienza?

 

Quindi, in Italia di genocidio non se ne parlava. A metà degli anni ’90 Flavia ed io facemmo un viaggio in Siria, e giungemmo ad Aleppo. Amiamo il Medio Oriente, stavamo studiando arabo, seguivamo le tracce di Thomas Edward Lawrence, Lawrence d’Arabia, e sapevamo che in un albergo di Aleppo, il <Baron Hotel>, aveva a lungo soggiornato, e che lì c’erano degli oggetti che gli erano appartenuti. L’albergo era molto delabrè, ma affascinante (e lo è ancora). Una sera, per caso, il padrone di casa,  Armen Mazloumian, ci raccontò la storia della sua famiglie e dell’albergo. Una storia affascinante. Rientrammo a Roma, e decidemmo di scrivere un libro (previo un altro soggiorno ad Aleppo, per raccogliere il materiale). Nacque così <I Baroni di Aleppo>. E scoprimmo ciò che avevamo ignorato prima: che cosa erano gli armeni, che cosa era stato il Genocidio del 1915 e degli anni seguenti, e il fatto che quell’orrore era una ferita ancora aperta per i discendenti delle vittime.

 

Poi abbiamo letto i <I quaranta giorni del Mussa dagh>, quel capolavoro, scritto da Franz Werfel, un grande  scrittore mitteleuropeo, ebreo di origine, toccato dal cattolicesimo (è autore di una biografia di santa Bernadette molto bella). <I quaranta giorni del Mussa Dagh> è un romanzo. Racconta, con tutta la libertà del romanzo e dell’arte,  uno dei pochi episodi a lieto fine del genocidio. Gli abitanti di sette villaggi armeni sulla costa siriana ebbero l’ordine di deportazione; la maggioranza di loro decise di non partire, ben sapendo che cosa significava quell’ordine. Salirono sulla Montagna di Mosé, il <Mussa Dagh>, e si difesero per quasi due mesi respingendo l’esercito turco, finché la loro bandiera bianca, con una grande croce rossa al centro, non fu avvistata da una nave da guerra alleata; qualche giorno più tardi arrivò la flotta francese del Levante, che li portò in salvo.

Con Flavia abbiamo deciso di andare a vedere e verificare, da giornalisti, se era proprio andata così; e soprattutto, che cosa era successo <dopo> che quel piccolo popolo di montanari erano stato sottratto allo sterminio. Purtroppo non esistevano documenti in nessun’altra lingua che l’armeno. Abbiamo passato un paio di estati a Venezia, dove il professor Boghos Levon Zekiyan, mai abbastanza benemerito, organizza corsi estivi di armeno; abbiamo poi continuato a studiare a Roma con Seta Martayan; e ci siamo messi in grado di tradurre i testi che ci interessavano. Ne abbiamo trovati, grazie all’aiuto di molti amici armeni, in Libano, a Beirut e ad Anjar; a Parigi, dove abbiamo fatto delle ricerche allo SHAT (Service Historique de l’Armée de Terre); abbiamo rintracciato dei testi alla Biblioteque Nubar Pashà di Parigi, e altri ne abbiamo trovati negli Stati Uniti. Ci è sembrato giusto offrire al pubblico, almeno quello italiano, queste storie; sono belle, costituiscono una vera e propria saga, e soprattutto, secondo noi, rappresentano un inno alla vita e alla speranza anche in un contesto che più tragico e tremendo non potrebbe essere, quello di un genocidio assolutamente spietato.

Apro qui una breve parentesi. Gli organizzatori del genocidio erano il frutto della cultura positivista del tempo; atei, o agnostici, che però hanno saputo sfruttare molto bene – come accade d’altronde anche adesso – una religione, l’Islam, per i loro fini contro i cristiani. Così il genocidio si è colorato anche di motivazioni religiose (non a caso è stato beatificato <in odium fidei> da Giovanni Paolo II il vescovo Ignace Maloyan, ucciso insieme ad altri cristiani durante la deportazione perché si rifiutò di convertirsi). E, almeno inizialmente, la conversione alla religione maomettana poteva costituire un modo di salvarsi la vita. In seguito no; e così si è compiuto nel sangue il più formidabile attacco a una comunità cristiana da molti secoli.

Perché parliamo di tradimento. Non c’è dubbio che il popolo del Mussa Dagh fosse composto in larga parte da eroi: uomini, donne e bambini si sono battuti da coraggiosi. E in seguito, una volta salvati, molti si sono arruolati nella <Legione d’Oriente> per andare a combattere gli assassini dei loro fratelli. Sono stati traditi varie volte; ma soprattutto nel 1939, quando la Francia ha ceduto il <sangiaccato> di Alessandretta, e il Mussa Dagh, in cui erano tornati, alla Turchia per cercare di comprare la neutralità di Ankara nella Seconda Guerra Mondiale. Sono stati traditi dalla Comunità internazionale nel 1919, quando dopo qualche processo, i loro assassini se ne sono andati impuniti. Ha scritto di recente Yossi Sarid, un deputato israeliano: <Se già allora, nella prima parte del secolo, la comunità internazionale si fosse comportata come avrebbe dovuto in relazione al genocidio armeno, è altamente possibile che sarebbe stato possibile prevenire quello che è accaduto dopo, forse persino l’Olocausto>. E adesso si sta consumando un altro tradimento. Il Parlamento europeo aveva posto come condizione per i negoziati di adesione della Turchia all’Unione Europea il riconoscimento del genocidio. Ma la Commissione ha molto addolcito quello che era un <paletto> ben preciso. In fondo si tratta solo di un’ecatombe di cristiani accaduta novant’anni fa…La memoria è un lusso riservato ad altri.

 

Però, - e con questa osservazione concludo, - il problema del riconoscimento del genocidio ormai non è più solo un problema di turchi e di armeni. La richiesta dell’ingresso della Turchia in Europa ha reso nostro, quel problema. L’Europa non è certamente un club cristiano, come è stato osservato da qualcuno in maniera sprezzante, ma l’atteggiamento negazionista di Ankara getta una luce inquietante su altri problemi: democrazia interna, libertà religiosa, libertà di espressione, multiculturalismo. E il genocidio armeno non è assimilabile ad altre – sia pure crudeli forme di spostamento di popoli quali ne abbiamo viste nel secondo dopoguerra, come sostenuto da qualcuno.

Il riconoscimento di ciò che è accaduto a un milione e mezzo di cristiani novant’anni fa – solo ieri -; la capacità di fare luce sul proprio passato, e anche condannarlo, se è giusto, è’ una cartina di tornasole importante, forse determinante per valutare il reale stato della democrazia di un paese. E qui nascono i problemi. Che però ormai esulano dal contenzioso fra armeni e turchi, su avvenimenti di quasi un secolo fa….Ci riguardano direttamente. Volete un esempio? Ne cito uno recentissimo. Leggo un dispaccio dell’Agenzia Ansa del 25 maggio scorso.

 

DOPO CHE GOVERNO HA DEFINITO TRADITORI STORICI DISSENZIENTI

   (ANSA) - ISTANBUL, 25 MAG - L'Università del Bosforo di Istanbul ha rinviato sine die una conferenza sui massacri degli armeni del 1915-16 che includeva alcuni storici turchi critici verso la posizione del governo di Ankara che nega il loro carattere di «genocidio», dopo che il portavoce del governo aveva accusato quegli storici di «tradimento».

I responsabili dell' Universita  hanno annunciato di avere rinunciato a tenere la conferenza, che doveva cominciare oggi, per timore del clima creatosi dopo che il ministro della giustizia Cemil Cicek aveva commentato la presenza di quegli storici dissenzienti affermando: «Dobbiamo mettere fine a questo tradimento ed alla diffusione di propaganda anti-turca da parte di persone che appartengono alla Turchia».

Il governo turco sta respingendo con forza le pressioni internazionali perchè Ankara riconosca che i massacri del 1915-1916, quando perirono, secondo fonti armene, circa 1,5 milioni di armeni (300 mila secondo Ankara), abbiano costituito il «primo genocidio del XX secolo».

Quindici parlamenti di vari paesi (tra cui la Francia ed il Parlamento europeo) hanno approvato mozioni in cui si definiscono quei massacri come genocidio, ma Ankara sostiene che si trattò di una guerra civile originata dal tradimento degli armeni che parteggiavano per il nemico russo, e che vi furono vittime equivalenti da una parte e dall'altra.

Il governo attuale di Ankara sostiene che gli archivi turchi sono aperti e ha proposto una commissione congiunta turco-armena per giungere ad una verità condivisa, ma  secondo

gli osservatori- le dichiarazioni di Cicek daranno spazio alle opinioni diffuse in Europa di chi sostiene che Ankara non è pronta ad una libera discussione sulla controversa

materia.(ANSA). 25-MAG-05 18:45 NNN

 

Penso che non ci sia bisogno di commenti. Ma di molta, molta riflessione certamente sì.

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