Sguardo in Libreria di Barbara Najarian (Akhtamar N. 5)

Gue Hrajarim Haiutene” – 

“Rinuncio alla mia Amenità”

Guiragos Poladian

Hamazkaiin -Beirut,1979  

 

Il  romanzo preso in esame in questo numero potrebbe destare qualche perplessità nei nostri lettori per molti motivi: in primo luogo la data di edizione: si tratta senz’altro di un libro molto vecchio e non certo noto a livello internazionale e quindi forse impossibile da reperire oggi. Inoltre la lingua: infatti è scritto in armeno occidentale e probabilmente mai tradotto in altre lingue. Questo secondo fatto potrebbe far cadere l’interesse di un’altra parte dei lettori di Akhtamar, quelli appunto che non capiscono l’armeno occidentale e la sua complicata grafia. Ultimo fattore di perplessità è il titolo stesso: “Rinuncio alla mia armenità”. «Ma come, facciamo tanto per recuperarla e io dovrei leggere un romanzo con un titolo del genere?».

Insomma, ci rendiamo conto che il compito di Akhtamar questa volta è molto difficile, ma partiamo dalla trama.

Il Romanzo si svolge a Marsiglia e si apre nel cuore della comunità nata e cresciuta in questa città portuale dopo la massiccia diaspora causata dai fatti della prima guerra mondiale. Il protagonista, Papken, è il giovane presidente della comunità, attivamente impegnato con altri armeni, nella promozione dell’armenità e nelle possibilità che la comunità stessa può offrire ai membri che la compongono. Papken studia farmacia all’Università solo grazie agli sforzi di sua madre, una dolcissima figura di mamma armena, che per far studiare il figlio fa la lavandaia presso una famiglia di ricchi armeni. Papken si innamora della figlia dei datori di lavoro di sua madre: Sirarpy. Essa, nonostante la sua condizione sociale, molto lontana dalla cruda povertà della famiglia di Papken, lo ama con tutto il cuore e non smette mai di dimostrarglielo con premure silenziose, parole d’amore, dedizione totale. Naturalmente gli ostacoli più grandi a questa storia vengono creati dalla famiglia di lei, soprattutto dal padre Nicoghos che possiede una fabbrica di scarpe e che non vuole saperne di un nullatenente come Papken. Ma l’amore di Sirapy è così forte che i due finiscono per amarsi appassionatamente. 

Ma la sfortunata coincidenza  fra la dolorosa ma mite morte di sua madre e la  notte d’amore di Papken e Sirarpy, porta il nostro protagonista a rifiutare l’amore della ragazza con tutte le sue forze e a respingerla con rabbia.

La penosa ricerca del denaro per seppellire la madre (che lo costringerà a vendere anche i pochi ricordi del suo passato e dei suoi genitori) inasprisce ulteriormente i rapporti fra Papken e l’avido locandiere armeno presso il quale risiedeva.

Inoltre il comportamento ambiguo e ingiustamente odioso dei suoi amici armeni lo porta ad un definitivo allontanamento da tutti i suoi compatrioti. Essi infatti,  dopo avergli demandato l’organizzazione di una conferenza, lo lasciano praticamente solo a gestire il tutto e si disinteressano totalmente delle spese da sostenere.

A questo punto Papken non ha più remore. Non potrà mai uscire nulla di buono dal legame con gli altri armeni. Egli inoltre attribuisce tutta la sua sfortuna, la sua emarginazione, la sua dura povertà all’essere armeno, al far parte di questo popolo di ultimi, di perseguitati. Papken infatti nota come non avrebbe perso la sua bella villa, i suoi soldi, le sue ricchezze originarie se non fosse stato armeno. I turchi non  gli avrebbero  ucciso  padre davanti agli occhi e lui non sarebbe dovuto fuggire dalla sua terra se non fosse stato figlio di quel popolo sfortunato.

Dopo una breve esperienza lavorativa come francese ad Aix en Provence, Papken ritorna a Marsiglia e scopre con sgomento che Sirarpy si è sposata dopo soli otto giorni dalla sua partenza (solo più tardi scopriremo che la fretta del matrimonio è dovuta alla necessità di porre rimedio alla gravidanza di cui Papken è responsabile). Questa è l’ultima pugnalata. È il punto che segna definitivamente la fine di tutti i suoi rapporti con il popolo armeno.

Qui comincia il calvario del nostro protagonista alla conquista della nazionalità francese: documenti falsi per un nuovo nome: George Obert, l’università da ricominciare, perché gli esami fatti non sono più validi naturalmente.

Ma tutto questo lo porterà alla fine a vivere il periodo d’oro della sua esistenza: successo, donne, denaro. Papken ora si sente al cento per cento francese, la sua patria è la Francia e i suoi amici sono francesi. Nessuno lo potrà mai negare, nessuno gli potrà rinfacciare la sua armenità, non ci sono prove: i suoi documenti di armeno sono stati  strappati. Se sente parlare in armeno si gira dall’altra parte, egli è francese ed è forte come la Francia.

Questa bella vita dura per quindici anni, finché un dolorosissimo evento verrà a segnare non solo lui come uomo ma tutta la Francia: la seconda guerra mondiale.

La crisi del grande paese piegato in poco tempo alla Germania nazista si riflette in piccolo nella crisi di Papken nel suo orgoglio francese, ma non sono le grandi sconfitte a mettere in crisi le sue certezze ma un breve evento, una “piccola morte”. Papken come ufficiale - medico assiste all’agonia di un giovanissimo soldato che piange, non perché sta morendo, ma perché non sta morendo per la sua patria e perché sta morendo senza poter parlare con nessuno. Dal suo francese stentato e dalla continua immissione di parole armene, Papken capisce che il ragazzo appartiene a quel popolo che egli ha rifiutato, a quei perdenti dai quali si è allontanato.

Dopo quindici anni la sua lingua si scioglie ai dolci suoni dell’idioma materno "Mi Vakhnar, Mi Vakhnar". Gli occhi del moribondo si illuminano «sei armeno, perché non l’hai detto prima?».

Il dialogo che segue farà sì che nel cuore di Papken qualcosa si spezzi: le sue certezze, l’orgoglio francese. Infatti Papken ha tirato fuori da un vecchio baule mai aperto, unico relitto di armenità, libri con poesie, preghiere, canti armeni e li sta leggendo per confortare il giovane morente. Alle parole dell’inno “Dovunque la morte è una sola, si può morire solo una volta, ma beato quello che morirà sacrificandosi per la libertà della sua patria”, il giovane fa capire a Papken che non c’è proprio nessun valore per lui nel morire per la guerra di un altro, per sacrificare la sua giovane vita per qualcosa che non è "Hayasdan". Alle dolci parole armene il giovane muore con un sorriso sulle labbra ma per Papken inizia un altro calvario, inizia la crisi delle sue certezze. Papken si è allontanato dal suo popolo, ma ora non si può dire neanche francese: come un ramo di un fiume che prende la sua strada e non va verso il mare è destinato a seccarsi. Tornerà a vivere da francese  ma con il cuore spezzato, avrà una sua famiglia ma rivedrà Sirarpy, conoscerà suo figlio ma sarà troppo tardi. Il suo riavvicinamento all’Armenia ci porta davanti ad un finale amaro ma pieno di insegnamenti.

Il racconto si svolge in prima persona sotto forma di narrazione del protagonista ad un suo amico, Suren. Infatti  spesso le sue parole sono interrotte da un narratore esterno (che è lo stesso Suren e che parla anche lui in prima persona) che descrive il comportamento di Papken che  ogni tanto piange, non può andare avanti per il peso dei ricordi troppo dolorosi, o si rivolge a Suren chiamandolo per nome. Il finale è narrato al presente, non più sotto forma di racconto, così come era stata l’introduzione.

L’armeno è quello occidentale, della diaspora, ogni tanto colorito da parole francesi o in armeno orientale con funzione prevalentemente comica. Lo stile è incentrato spesso sulla ricerca del pathos, e si serve di numerose figure di traslato che coinvolgono suoni e colori.

Questo romanzo si può inserire nel filone delle narrazioni dell’epopea armena della riconquista della dignità e di una nuova vita soprattutto in Francia, ma anche della riscoperta delle proprie origini offuscate dalle troppo forti influenze del paese ospite (come per esempio Mayrig di  Henry Verneuil ).

Consigliamo vivamente la lettura di questo romanzo, specialmente a chi ha la  possibilità di andare  in Libano, ma anche in Siria o in Francia. Perché il reperimento del testo non è poi così difficile in questi paesi. 

  

Indice

akhtamar@comunitaarmena.it