Sguardo in Libreria- "La Masseria delle Allodole" di Barbara Najarian (Akhtamar On-Line)

Il romanzo è preceduto da un prologo, già apparso ne “Il mandorlo e la locusta”  (1998)  che qui  ritorna per presentare  Henriette, la bambina che non crebbe, destinataria della dedica del romanzo e zia amatissima, piccola armena dall’enorme naso, triste e misteriosa. Nel prologo ci troviamo a Padova, molti anni dopo, quando tutto è finito, la burrasca del dolore colpisce solo gli scogli del ricordo dei più anziani ma non tocca i giovani, i discendenti spensierati, quelli che danno per scontata, logica, giusta  una vita di agi. Ma è solo una finestra, poi la storia porta a Sempad, il mitico Sempad, zio mai conosciuto dalla scrittrice, e la sua famiglia. Sempad è il fratello minore di Yerwant, nonno della Arslan. I due sono figli del capofamiglia  Hamparzum e di Iskuhi, morta nel dar alla luce il secondo figlio a 19 anni. Hamparzum si è risposato con Nevart, la matrigna cattiva, e da lei ha avuto due femmine (Veron e Azniv ) e due maschi (Zareh e Rupen). La piccola città dell’Armenia in cui inizia la storia non viene mai nominata ma è  e resta il nodo doloroso attorno al quale tutti i parenti, poi sparsi per il mondo, mandano, in tempi diversi, i sospiri dei loro cuori. Yerwant se ne è andato a 13 anni a Venezia a studiare presso il collegio Murat Raphael, per non dover convivere con la matrigna ed ha sposato una contessa italiana che lo ha reso padre di due figli che però non impareranno l’armeno. Sempad è rimasto nella sua piccola città insieme alle due sorelle e fa il farmacista, mentre Zareh è andato ad Aleppo e Rupen a Boston. Sempad ha sposato l’energica  Shushanig che gli ha dato 6 figli (Suren, Garo, Leslie, Arussiag, Henriette e Nubar). Le vicende iniziano durante la quaresima del 1915, poco prima dell’inizio dei massacri quando l’allegria della famiglia Arslanian è impegnata per le feste di Pasqua imminenti e per il tanto atteso ritorno di Yerwart nella piccola città insieme alla sua famiglia italiana. Il racconto procede per due vie parallele, da una parte l’allegria e l’attesa per l’incontro dei due fratelli e dall’altra l’oscuro prepararsi del male, dell’orrore che si medita da parte del nuovo governo dei Giovani Turchi, dei terribili presagi che i protagonisti del romanzo vogliono ignorare. Azniv pensa all’innamorato turco Djelal che non potrà sposare. Veron e Shushanig all’arrivo della cognata italiana. Sempad a preparare la nuova casa presso le cascate per l’arrivo del fratello.

Le descrizioni dell’allegra vita della famiglia tra la casa nella piccola città e la masseria in via di ristrutturazione in vista dell’arrivo della famiglia di Yerwant, sono intercalate di continuo da agghiaccianti flash sul futuro, scritti in corsivo, che deformano grottescamente le leggiadre figure di bimbi e ragazzette nel fiore della loro spensieratezza: I capelli si increspano, le stoffe di seta, orgoglio e vanità delle giovinette, diventano stracci preziosi nel freddo del deserto, il canto allegro delle sorelle Azniv e Veron Ov sirun sirun, un lamento di morte ma anche di coraggio e determinazione.

 

 Attorno alla famiglia ruotano vari personaggi, armeni e non, che avranno il loro enorme peso per le vicende future. Due su tutti: la lamentatrice greca Ismene e il mendicante zoppo, turco Nazim.

Il vecchio Hamparzum è sul letto di morte, sta per andarsene in pace tra le braccia della bella Iskuhi, la prima e vera moglie, quando un’agghiacciante visione gli spalanca il futuro: vede l’apocalisse e Dio velarsi. È preso dall’angoscia e rischia di morire disperato sotto un cielo senza paradiso, ma Nubar interviene, Nubar, il più piccolo della famiglia col suo dono di uva impiastricciata sulla faccia del vecchio gli ridona uno sprazzo di vita. Il vecchio allora si sente in dovere di salvare la sua famiglia, perché sa e deve avvertire Nevart e Sempad, prova a chiamarli  ma dalla sua bocca non escono parole. “Fuggite, fuggite” è tutto quello che riesce a dire in un estremo grido di morte. Ma c’è solo Nubar accanto a lui. “Sia salva almeno la vita di questo piccolo” chiede allora il vecchio a Maria e alla sua prima moglie che sono tornate dai campi del cielo sulla terra ad accogliere nel loro grembo l’anima di Hamparzum. La Vergine e Iskuhi, che hanno gradito l’omaggio dell’uva, annuiscono. Nubar sarà salvo. L’unico dei maschietti. I familiari entrano e trovano i due, vecchio e bimbo che si tengono per mano, il vecchio è morto e c’è odore di ambrosia.

 

I presagi si alternano agli allegri preparativi per l’arrivo di Yerwant ma la guerra della Turchia a fianco degli imperi centrali e contro l’Intesa non va affatto bene. Brevi visioni, sogni, apparizioni celesti, offerte di aiuto insperate, possibilità di salvezza si susseguono in quei terribili giorni. Il massacro è già iniziato, nella piccola città ancora non si sa, o non si vuole sapere. Lo strato di gioia e festa che nasconde l’orribile verità diventa sempre più sottile ma non si rompe. Nessuno dà retta ai cattivi pensieri. Intanto l’Italia entra in guerra a fianco di Inghilterra, Russia e Francia e Yerwant piange perché non può più partire. Ma nella piccola città i preparativi non si fermano, dell’arrivo del fratello e della sua famiglia italiana, del funerale di Hamparzum, delle feste di Pasqua. La città sembra ruotare intorno alla famiglia del farmacista: tutti conosco la loro generosità e la ricchezza delle loro feste. Ma le agghiaccianti anticipazioni continuano, gli allegri festoni sembrano già macchiati di sangue, il disfacimento incombe sulla masseria delle allodole e sulla vecchia casa degli Arslanian.

È  un crescendo lento ma inesorabile, gli eventi portano  alla tragedia finale, scivolano come una palla su un piano inclinato, nulla può fermarne il corso:  i presagi,  le svariate possibili vie di fuga, (che sempre coincidono però con la rinuncia alla propria famiglia, l’allontanamento, lo straniamento)  gli avvertimenti che piovono da tutte le parti non fermano la pazza corsa verso l’annientamento. Dietro l’allegria e il divertimento della famiglia dai gusti occidentali  il destino si compie. Il lettore lo avverte e cresce in lui l’angoscia davanti alle risa dell’ignoranza e dell’incoscienza della piccola città. Vorrebbe avvertirla, cambiare il futuro, cristallizzare la storia in quei momenti, quegli ultimi bellissimi momenti in Armenia. Vorrebbe ripopolare quelle strade, togliere di lì i curdi e farle tornare armene, veder passeggiare i vartabed sotto i balconi di legno, sentir parlare la dolce lingua di Varoujan. Il cuore riporta sempre lì, sempre lì, a quei momenti, i più belli. Non esiste niente di simile al mondo, niente. Né America, né Francia o Italia, né un successo personale. Quei dolci giorni nei villaggi d’Armenia, dei bei giardini pieni di rose, che  resteranno per sempre chiusi, sono finiti. La famiglia di Sempad cerca di aggrapparsi a quel presente, ma è tardi. L’ultimo capitolo di questa gioia, ignara e disperata, è la festa alla masseria: ci sono tutti, la famiglia di Sempad e gli amici. Gli uomini armeni sono stati già arrestati e uccisi, solo Sempad ha ignorato l’ordine di comparizione. Gli amici festeggiano ma gli zaptié sono in agguato. Il comportamento di Sempad non è andato giù al Kaymakam e agli ittihadisti, va punito. Ma loro non lo sanno e si preparano a festeggiare, il duduk intona la prima nota lunga, dolorosa, che si spezza. L’orrore esplode all’improvviso, come sempre, come dovunque in Armenia: una porta spalancata. Cani furiosi entrano e versano sangue innocente: bambini, uomini, vecchi.

 

Poi c’è la deportazione, l’umiliante, infetta, lugubre, infamante, deportazione. Le donne: Shushanig, Nevart, Veron, Azniv, umiliate, offese, senza dignità e col cuore spezzato, hanno un’unica determinazione: salvare i bambini e per questo sono disposte a dar fondo a tutte, proprio tutte le loro risorse: le pietre preziose, l’oro, il loro corpo. Nubar, come aveva promesso la Vergine, si è salvato perché casualmente era vestito da femminuccia nel giorno del massacro alla masseria delle allodole. Con quei vestiti femminili rimarrà fino all’ultimo, lui, maschietto giudizioso che non si lamenta mai. Henriette ogni tanto ricompare, riemerge come un naufrago dalla tempesta del male, per approdare, relitto di essere umano, bambina bruttina che si è fermata a tre anni, in Italia. Senza famiglia, senza futuro, senza lingua madre, che riafferma la sua esistenza riempiendo le tavole dei parenti di pakhlavà e yogurt fatto in casa.

 

Nella disperazione, nel male, nella sporcizia del popolo armeno in cammino che si va decimando sulla via di Aleppo, scansato e sfuggito da tutti, perché fa paura, tre strade diverse si muovono per salvare Shushanig e la sua famiglia: Yerwant dall’Italia che contatta l’ambasciata francese, Zareh da Aleppo, che deve fare attenzione ma che anche lui ha contatti con l’ambasciata francese, ma soprattutto i miserabili Ismene, Nazim e Isacco, il prete greco. Dall’aiuto congiunto di queste tre forze si compirà il destino di salvezza di Shushanig e dei tre figli.

 

Nottetempo con la carrozza dell’ambasciatore e con la complicità del comandante turco (molto determinanti saranno le ricchezze nascoste da Shushanig, le cognate e Ismene) vengono portati in salvo dal campo fuori Aleppo. Veron è morta di fame mentre Azniv si sacrifica per non far saltare il piano di fuga tanto faticosamente preparato. I soldati turchi hanno avvertito dei movimenti, illuminano il campo e lei, la dolce sorella, intona il suo canto  Ov sirun sirun e sfida i turchi. Tutto il campo si ribella, le donne cominciano a gridare e ad Azniv è mozzata la testa.

 

Gli altri scappano, nascosti nel doppiofondo della carrozza. Resteranno nascosti per un anno nella cantina di Zareh e poi in nave verranno portati in Italia. Durante questo viaggio, solo durante questo viaggio, a Shushanig sarà concesso di morire. Sempad l’ha aspettata con pazienza.

 

Le tecniche espressive usate dalla Arslan sono volte a creare immediatezza, velocità, schiettezza: l’uso del tempo presente e la frequenza di “ecco”, “presto, presto” contribuiscono a ricreare, soprattutto nella concitata fase del salvataggio finale, l’atmosfera di ansia e impazienza, il timore che per un soffio tutto vada a rotoli. Il registro è colloquiale, oggettivo e ricco di metafore e sinestesie di sapore orientale. Il lessico riproduce in maniera incredibilmente vivida ed efficace i pensieri dei protagonisti in un italiano che ricalca i modi di dire e le espressioni armene o turche.

"La masseria delle allodole" di Antonia Arslan,  ha vinto il premio Fenice-Europa dopo il premio Stresa, il premio Berto, il premio Fregene, il premio Città di Bari, il premio Giacomo Casanova e il premio Campiello secondo noi.

 

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