Katchkar - Conosciamo la nostra Patria di Christine Jeangey (Akhtamar On-Line)

Espressione di una scultura rudimentale o opera cesellata come un vero e proprio capolavoro di oreficeria, il khatchkar è il simbolo per antonomasia dell’arte armena cristiana.

Nonostante l’immensa varietà di soluzioni adottate, si può dare una definizione di khatchkar (letteralmente croce-pietra) come stele o lastra in pietra di forma generalmente rettangolare (anche se non mancano esempi di khatchkar di diversa forma , una delle cui facce rappresenta una o più croci armene; le caratteristiche che contraddistinguono la croce armena sono i bracci verticali più lunghi di quelli orizzontali e le otto estremità dei bracci ornate.

Pur essendo una delle manifestazioni più originali dell’arte armena cristiana, il khatchkar si ispira ad antichi modelli di età pre-cristiana; in particolare, alcuni studiosi sostengono che i primi khatchkar nacquero nel IV secolo attraverso la sovrapposizione di croci di pietra sui monoliti urartei, di cui era ricco il territorio armeno, al fine di consacrare al nuovo culto le opere pagane esistenti. Ma è solamente a partire del IX secolo che l’arte del khatchkar spicca il volo; se, infatti, il periodo della formazione si fa generalmente risalire al IV-VII secolo, è solo con l’avvento della monarchia bagratide che, dopo due secoli di relativa stasi dovuti alla dominazione islamica, si recupera la cultura nazionale e l’arte delle croci-pietra. In un contesto di recupero dell’identità nazionale, si cominciano ad erigere khatchkar nelle occasioni più diverse, quali la celebrazione di una vittoria militare, la consacrazione di una chiesa, l’erezione di una fontana, di un ponte o di altre costruzioni; espressione dell’arte e della religione del popolo armeno, i khatchkar diventano letteralmente onnipresenti e vengono inseriti nelle mura, nei tamburi e sulle cupole delle chiese nonché sui versanti dei tetti e sulle scogliere; molti khatchkar riportano anche iscrizioni che riferiscono eventi storici, il nome dell’artista che li ha realizzati, quello del committente, la data ed il motivo dell’installazione.

 

I khatchkar del periodo che va dal IX all’XI secolo sono caratterizzati da un’iniziale semplicità e da una tendenza alla progressiva acquisizione di ornamenti sempre più complessi e ad una preoccupazione architettonica che si manifesteranno in tutto il loro splendore nel periodo detto dell’apogeo dell’arte del khatchkar, che si fa convenzionalmente iniziare nel XII secolo. Molti dei motivi decorativi ricorrenti in quest’epoca sono tratti dal mondo vegetale, spesso si tratta di grappoli d’uva o foglie di palma che sbocciano dai piedi e dalla cima della croce, che viene in tal modo assimilata, secondo l’interpretazione più diffusa, all’albero della vita; non mancano tuttavia elementi tratti da contesti differenti, quali la stella a otto punte e la rivisitazione del tema sumero della sirena a due code, che sarà frequentemente ripreso in epoca successiva, in cui l’asse verticale della croce prende il posto del corpo della sirena. La preoccupazione architettonica si manifesta attraverso la rappresentazione dell’arco che insiste su una o più colonnette, talora arricchite di capitelli armeni, come cornice al tema centrale che è sempre costituito dalla croce. Inoltre, spesso la forma del khatchkar, che di norma è rettangolare, in questo periodo è curvilinea nel lato superiore.

A partire dal XII secolo l’arte del khatchkar raggiunge il massimo della raffinatezza e si sviluppa lungo due filoni, quello decorativo e quello architettonico.

 

La via decorativa fa dell’illustrazione un vero e proprio valore. L’intera facciata del khatchkar così come, laddove è presente, il frontone sono interamente scolpiti con motivi floreali e geometrici combinati in un ritmo incessante; simboli ricorrenti sono la croce a bracci eguali iscritta in un cerchio, la svastica, la stella a otto punte, il quadrifoglio, la spirale e molti altri, uniti da un sottile gioco di spazi pieni e spazi vuoti, di luci e di ombre in cui si perde lo sguardo che inevitabilmente si abbandona al lusso di questi intrecci. La maestria degli artisti armeni raggiunge una raffinatezza tale da rendere la pietra simile a filigrana. Appartenenti a questo gruppo sono, tra gli altri, i celeberrimi khatchkar di Gueghart, eseguiti da Timot e Mkhitar, quello di Gochavank realizzato da Poghos, quello di Noravank ad opera di Momik.

Lungi dal disdegnare l’aspetto decorativo, il filone architettonico si distingue per porre altrettanta cura alla struttura su cui poggia la stele. 

Si dà vita ad un vero e proprio edificio la cui base è di norma costituita da uno stilobate, su cui poggia uno zoccolo su cui, infine, si erge il corpo, generalmente rettangolare, del khatchkar con o senza frontone. Sia lo stilobate che il piedistallo sovrastante sono arricchiti con elementi vari, tra cui arcate, colonnette, cornici;

 lo stilobate è generalmente costituito da gradini che rappresentano, secondo alcuni autori, le tappe per accedere alla vita celeste o, secondo altri, simboleggiano il Golgotha. Esempi di khatchkar che rientrano in questo gruppo sono quello di Touteordi concepito da Mkhitar, quello di Vetsik a Tsakadzor, quello di Imirzek, attribuito a Grigor Khaghbakian.

Alla luce di queste considerazioni, si può dare una definizione più precisa del khatchkar come stele di pietra di forma generalmente, ma non necessariamente, rettangolare che poggia su una base, quadrata o circolare, ovvero su un edificio costituito da due livelli, lo stilobate ed il piedistallo, il cui tema principale è la rappresentazione di una o più croci armene e i cui temi secondari sono costituiti da disegni floreali e forme geometriche.

Una variante del khatchkar di tipo classico è quello di tipo Amenaprkitch (Salvatore), che si caratterizza per la raffigurazione del Cristo sulla croce e di altri personaggi, quali, ad esempio, coloro che assistettero alla deposizione o gli apostoli; non di rado tali raffigurazioni adornano anche lo zoccolo ed il frontone, quest’ultimo normalmente raffigurante Cristo trionfante tra gli evangelisti (o simboli che li sostituiscono) o tra due angeli. Il popolo accordava ai khatchkar detti Amenaprkitch poteri guaritori e la virtù di fermare calamità come la carestia e la siccità. Un esempio di khatchkar di tipo Amenaprkitch del 1279 proveniente dalla regione dell’Ararat si trova ad Etchmiadzin.

A partire dal XVI secolo, dopo un’interruzione dovuta alle invasioni selgiuchide e mongole, l’arte del khatchkar si orienta verso la realizzazione di pietre tombali: “In questi tempi di disperazione in cui la Turchia e l’Iran si dividono l’Armenia – scrive Robert Dézélus – la discrezione ed il fervore dell’arte funeraria è l’unico modo per conservare una parcella dell’identità armena. Si rimane fedeli alle tradizioni ma senza mai eguagliare il livello del XIII-XIV secolo. Si assiste all’abbandono del virtuosismo del passato, alla semplificazione del disegno”; non mancano tuttavia eccezioni, soprattutto nella regione di Kamo e di Giulfa, che si distingue per la sua vitalità e creatività. In questo periodo i cimiteri diventano vere e proprie distese di khatchkar; celebri sono i cimiteri di Noradouz, Kamo, Vardenis, Martouni e Giulfa.

 

La storia del khatchkar, con l’alternanza di periodi di estrema vitalità artistica e periodi di stasi creativa che si è cercato di evidenziare, dimostra come la storia dell’arte sia intimamente connessa alle vicende storico-politiche di un popolo; il khatchkar, sublime espressione dell’incomparabile capacità degli artisti armeni nel modellare e cesellare la pietra, è una manifestazione artistica indissolubilmente legata alla cultura ed alla fede di questo popolo antico. “Il fascino dei khatchkar discende dalla fiabesca magnificenza dell’universo dei sogni che emana la pietra metamorfosata, la pietra spiritualizzata; dalla straordinaria potenza che cela questa visione di purezza, di ordine, di serenità; dalla forza di seduzione che emana, in ultima analisi, da questa magica ripetizione da cui sorge un’inesauribile novità. Magnifici quadri scolpiti, essi trovano posto nella penombra delle chiese e dei jamatoun, nella luce ardente delle superfici murarie, nella dolce malinconia dei cimiteri. Si trovano anche altrove, così emozionanti, con la loro presenza affettuosa, la loro bellezza generosa, con la loro apparizione su un sentiero di montagna, (…), nella solitudine dei campi di pietra dell’Aragatz, nei fantastici paesaggi del Zanguezour (…). Sono su tutte le strade di quest’Armenia martire e costantemente insultata in cui si sono esercitate tutte le imprese della bestia umana; sono lì, come una ragione di sopravvivenza, lungo tutto il calvario armeno” (R. Dézélus).

 

 

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