Intervista a Manuela Avakian autrice del romanzo "Una Terra per Siran" di Michèle Jeangey (Akhtamar On-Line)

Dove, mammina cara, dove sono? Dove devo andare? Quale mai sarà il luogo dei miei sorrisi. Ma io sono stanca, stanca di girare, di cercare un posto che forse non c'è. (Manuela Avakian, Una terra per Siran, 2003, Prospettiva editrice – Civitavecchia Roma)
Una terra per Siran è il primo romanzo di Manuela Avakian, giovane scrittrice di Taranto di origine armena, che descrive la difficile ricerca di un luogo dove ricostruire la vita dopo che le radici sono state definitivamente strappate dalla terra. Figlia di sopravvissuti al genocidio, Siran è nata in Etiopia, ma è stata cresciuta con l'idea che quella terra non le appartenesse, si trovava lì per un periodo: era armena, non etiope. Aveva studiato in una scuola anglo-americana e le sue letture le facevano sognare il vecchio continente, l'Europa. Mentre i suoi familiari speravano e progettavano di tornare appena possibile in Armenia, lei non aveva mai pensato che quella potesse essere mai la sua terra, piuttosto era la terra dei suoi nonni, e dei nonni dei suoi amici, tutti vecchi, tristi, le donne regolarmente vestite di nero, gli uomini con il volto pieno di profondi solchi di rabbia e comunque tutti ossessionati dai turchi (Una terra per Siran).

L'Armenia non era la sua terra, in Africa era un ospite, la sua terra era forse l'Europa? Poco più che ventenne Siran sceglie di andare in Italia, si stabilisce in Puglia dove sarà prima una sposa insoddisfatta e una mamma molto affettuosa e presente, poi conoscerà l'amore attraverso le attenzioni di un collega che riuscirà a darle la sicurezza di cui aveva bisogno, ma che purtroppo verrà a mancare precocemente. Ma sarà suo padre, Vartan, che durante la sua infanzia aveva temuto perché severo custode delle tradizioni armene, che l'aiuterà a trovare nell'Italia la sua terra attraverso una lettera scritta a Siran prima di morire. Che terra meravigliosa è questa! Come si può non gioire ammirando l'immagine di un tramonto che cala lievemente nel mare fino a diventare un tutt'uno con lo stesso (Una terra per Siran).

 

Quanto c'è di autobiografico o comunque di realmente accaduto in "Una terra per Siran" e chi è Siran?

Una terra per Siran è un romanzo e come tale trae linfa da eventi realmente accaduti che vengono corredati da altri che sono solo verosimili. Tutto ciò che fa da sfondo storico è tratto da racconti veri tramandati da memoria in memoria. La storia più recente della protagonista assieme a quella degli altri personaggi che vengono delineati nasce invece da un elaborato lavoro di fantasia che non esclude, tuttavia, fatti realmente accaduti. Siran appartiene alla terza generazione delle vittime del genocidio armeno. Si ritrova adolescente proprio negli anni della contestazione. Gli echi del '68 giungono anche nella lontana Etiopia e se in quel particolare momento storico i giovani del mondo ardono dal desiderio di staccarsi dall'Establishment e di cambiare il mondo, in Siran la forza di quel fuoco si raddoppia: unirsi anche lei all'esercito mondiale di giovani contestatori e al contempo strapparsi dalle proprie origini fatte di sopprusi, di dolori e di umiliazioni dando una svolta alla propria esistenza.

 

Siran vive "anni di disagio a causa di quest'identità non identità" dovuti alla difficoltà di spiegare all'interlocutore di turno, spesso distratto, le sue origini armene, il suo rapporto con l'Etiopia e la sua perfetta padronanza dell'inglese. Come riesce a superare il suo disagio?

Sono diversi i fattori contingenti che concorrono all'avvio di questo processo: l'inevitabile crescita di Siran come donna, l'incontro con Vittorio che le dona sicurezza (come succede a tutte le donne che si sentono amate), il valore professionale progressivamente assunto dalle sue conoscenze linguistiche, la crescente complicità con la figlia-amica e una maturazione culturale, seppur lenta,

della gente del luogo: l'Armenia incomincia verso la fine degli anni ottanta a fare sporadiche apparizione sui media italiani. Il disagio non solo viene superato ma si trasforma in fonte di orgoglio, diventa il piacere della "diversità" vissuta come ricchezza, come patrimonio da recuperare, da curare e, soprattutto, da divulgare e condividere con gli altri.

I genitori di Siran sono stati cacciati dalla loro terra trasmettendo ai loro figli un senso di angoscia e di insoddisfazione. Come può una persona costretta a lasciare la sua terra trovare la serenità in un'altra terra senza dimenticare le proprie origini?

Le prove della vita dapprima deformano, poi riformano e infine forgiano. I "senza terra" superano il concetto convenzionale di patria. Il processo richiede la forza e la perseveranza di più di una generazione ma prima o poi si riesce ad elaborare un proprio spazio mentale che travalica i confini geografici. Giusto quel detto inglese che dice "Home is not where you live but where they love you". Lo spiega bene Vartan nella sua lettera alla fine del libro. Quando impariamo a recuperare la serenità dal mondo dei sentimenti anche le nostre origini ci vengono restituite, ovunque ci troviamo, in tutto il loro splendore.

Pur essendo nata e cresciuta in Italia sembri conservare ancora un forte legame con la terra dei tuoi avi, come vivi la tua "diversità" con i tuoi coetanei italiani?

Il mio è un legame sì forte, ma soprattutto tenero con la terra dei miei avi. Ho dato ascolto alle loro storie fatte di sofferenze ma, più di ogni altra cosa, ho distillato e fatto mio tutto ciò che vi era di bello, - i suoni, i profumi, i sapori. Se ciò mi ha reso "diversa", né io e né i miei coetanei italiani ce ne siamo accorti. Spesso suscito curiosità, mi si rivolgono tante domande che vanno dal classico "Armenia? Dov'è?" a "Mi dice qualche parola in armeno?" "Cosa mangiate?" e così via. Domande che mi divertono, mi offrono l'opportunità di parlare di quest'altra mia terra poco conosciuta, di organizzare qualche serata a base di "lahmedjin" o di "beureg", sapori pericolosamente apprezzati dagli amici tarantini (pericolosamente poiché le repliche diventano d'obbligo!) Mi sento italiana a tutti gli effetti, e altrettanto armena. Vivo questa duplicità con naturalezza e con una serenità a cui contribuiscono, senza dubbio, le persone che mi circondano.

La Puglia ha ospitato, come l'Etiopia, una consistente comunità di armeni quali sono i principali luoghi di aggregazione e le attività degli armeni di Puglia?

E' vero, anche la Puglia ha ospitato un certo numero di sopravvissuti armeni. E' del 22 ottobre 2003 un articolo nel Corriere del Mezzogiorno che ne parla con un titolo alquanto loquace: "Gli armeni in fuga scoprirono per primi l'ospitalità pugliese". Una colonia armena di circa cento persone ebbe un suo "villaggio" proprio a Bari chiamandolo il villaggio di Nor Arax. Oggi non resta che qualche testimonianza di quel villaggio. Sono infatti pochi gli armeni rimasti a Bari (fuggiti, pare, per via delle leggi razziali emanate dal fascismo), e sono ancor meno quelli che risiedono nel resto della Puglia. Tuttavia, è stato costituito di recente un comitato Puglia-Armenia che potrebbe dare nuova vita a questo prezioso legame che era nato in seguito al genocidio.

 

 

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