Interevento del Prof. Marco Impagliazzo alla presentazione del libro "Mussa Dagh - Gli Eroi Traditi" di Amabile - Tosatti. 6 maggio '05.  

Dopo aver dato scritto La vera storia del Mussa Dagh nel 2003, Flavia Amabile e Marco Tosatti, propongono ora un volume denso e toccante sul seguito di quella epica vicenda che, fino alla edizione del loro libro, era stata conosciuta in Europa attraverso il grande romanzo di Franz Werfel, scritto nel 1934 e pubblicato negli anni Cinquanta. Oggi il volume Mussa Dagh. Gli eroi traditi, (Ed. Guerini 2005), ci porta nuovamente a riflettere sulla storia di quel gruppo di armeni che evitò i massacri dei turchi durante la prima guerra mondiale su quella montagna bagnata dal Mediterraneo che gli armeni chiamano Mussa Ler. Quella montagna passò fino al 1939 in territorio siriano per poi essere definitivamente ceduta alla Turchia dalle potenze mandatarie prima del secondo conflitto mondiale. Il libro di Amabile e Tosatti, che esce mentre gli armeni di tutto il mondo ricordano i novant’anni del genocidio, narra una storia, purtroppo vera, non soltanto delle grandi difficoltà vissute da migliaia di esuli armeni per trovare un posto dopo essere scampati al genocidio, ma anche dell’equivoco rappresentato dalle cosiddette  “potenze cristiane”, in questo caso la Francia, nella mancata difesa dei cristiani. In particolare nel caso della cessione del sangiaccato di Alessandretta alla Turchia da parte della Francia per garantire almeno la neutralità turca nella seconda guerra mondiale.

Tra le terre abitate e amate dagli armeni in Turchia non si può non ricordare la Cilicia, tanto che uno dei canti popolari armeni più famosi è dedicato proprio a questa terra oggi in Turchia. Sulla Cilicia ha scritto pagine molto importanti Paul De Voeu, nel suo La Passion de la Cilicie (1919-1922). Si dovrebbe anche ricordare che contemporanea alla vicenda del Mussa Dagh, c’è quella che vide protagonista la popolazione armena di Urfa che cercava di resistere alle deportazioni, ma fu sterminata da un bombardamento guidato dall’ufficiale tedesco Wolffskeel.

Mussa Dagh. Gli eroi traditi è indubbiamente un bel libro, a tratti avvincente, in cui si intercalano lunghe citazioni di testimonianze di armeni scampati e ricostruzioni puntuali dei nostri autori. E’ un libro di storia, ma non freddo o distaccato, (anche perché gli autori da anni hanno maturato una vera passione per la causa armena) che si sofferma anche a descrivere i particolari drammatici della vita dei 4058 esuli armeni, di cui più di un terzo bambini, come avviene al tempo dello sbarco a Porto Said, dove gli esuli vissero per quattro anni, loro montanari, abituati a boschi e giardini, tenuti per quattro anni nelle tende sulla sabbia (pp.30-31). Ma pagine drammatiche sono anche quelle relative al ritorno di molti di loro in Cilicia e nella regione del Mussa Dagh. Qui gli esuli trovarono, qualche anno dopo: “non la patria: quella viveva nei loro ricordi. Ma villaggi vuoti, spopolati. Campi incolti. Coperti di ortiche e sterpaglie gli alberi. Distrutte e disabitate le case” (p.109).

Così come sono tristi le vicende legate allo sgombero dei villaggi del Mussa Dagh, nel luglio del 1939, dopo l’annessione del sangiaccato alla Turchia. Scrive un armeno, Madourian: “Emigrazione… una Parola!”Un terribile atto, le cui conseguenze quotidiane nella vita di qualsiasi persona non erano mai state così pesanti come per questa gente”. Ma – come scrivono gli autori – il Calvario di questa gente non era ancora finito. Prima di trovare una definitiva sistemazione in Libano, nella valle della Bekaa, gli armeni sono costretti a fermarsi sulla costa siriana a Basit. Quaranta giorni in una “inospitale spianata di costa che ospita molti dolorosi ricordi” (p.127). La scelta del governo francese, in fine, cadde su un luogo allora poco conosciuto (ma forse anche oggi ai non armeni) Anjar, nella valle della Bekaa, dove gli esuli trovarono una spianata vasta e nuda alle pendici dell’Antilibano. E’ qui che gli armeni si stabilirono definitivamente, dopo avere inutilmente sperato di tornare sulla loro amata montagna.

“Questo è il nostro orgoglio: in sessanta anni questo villaggio è cambiato, da un deserto a un giardino” – così dice un giovane armeno di Anjar agli autori in visita al villaggio per completare la loro ricerca alla base di questo libro. Questa frase nella sua verità ci apre a una riflessione sul Libano. E’ su questo Paese (insieme alla Siria), infatti, che si sono concentrate molte speranze dei cristiani mediorientali, specie a partire dal periodo dei “mandati”. Vi erano arrivati emigrati armeni, caldei, assiri, curdi e più tardi palestinesi. Il Libano è additato come modello di convivenza cristiano musulmana, quasi unico e vero erede dell’impero ottomano nel suo aspetto multireligioso e multietnico. Ma nel 1975 questa coabitazione entra in crisi e il Libano si rivela il Paese più fragile del Medio Oriente, con una lunga guerra civile. Qui abbiamo varia saggistica italiana, di cui segnalo solo il piccolo ma splendido libro di Antonio Ferrari, Sami. Una storia libanese, (Ed. Liberal 2001). Del resto recentemente una certa letteratura italiana ricostruisce il clima della crisi di coabitazione con Miro Silvera, Il prigioniero di Aleppo, e Flavia Amabile e  Marco Tosatti con I baroni di Aleppo, (Roma 1998).

Il libro Mussa Dagh. Gli eroi traditi, non è il primo sulla vicenda dei profughi armeni. Si pensi ad esempio a quello curato da Alice Tachdjian, Pietre sul cuore, tratto dal diario di Varvar una bambina armena scampata al genocidio che con grandi difficoltà trova una suo posto, insieme a migliaia di altri scampati in Francia.

Tuttavia la vicenda del Mussa Dagh ci porta inevitabilmente a soffermarci su quello che è stato definito non soltanto un tragico episodio di pulizia etnica, al pari di altri già registrati negli anni precedenti al tramonto dell’impero ottomano: fu il primo sterminio di massa del XX secolo e, nonostante le differenze storiche e geografiche, un “modello” per le più moderne pulizie etniche avvenute recentemente nei Balcani o altrove. Gli autori hanno avuto la gentilezza di citare il mio Finestra sul massacro, che comincia proprio con la famosa domanda di Hitler: “Chi parla ancora, oggi, del massacro degli armeni?”. Con questa celebre espressione Hitler si preparava, nell’agosto del 1939, ad invadere la Polonia usando ogni brutalità possibile. Non a caso: i dirigenti nazisti e lo stesso Hitler consideravano la “soluzione armena” come un importante precedente per tanti motivi, ma soprattutto per la relativa facilità con cui venne attuata, la sostanziale impunità ottenuta dai suoi responsabili e la generale dimenticanza di quell’avvenimento negli anni successivi.

Quella tragedia, che si consumò tra il 1915 e il 1916 in Anatolia, fu il primo massacro di massa del XX secolo. In pochi anni in quel vasto territorio scomparve più di un milione di persone, in gran parte armeni ma anche cristiani di altre confessioni, e il quadro politico, sociale e religioso venne completamente stravolto. Dopo quei tragici avvenimenti avvenne infatti la definitiva separazione di popoli, religioni e tradizioni che, fino a quella data, avevano convissuto per secoli nel vasto impero ottomano. Questa realtà, all’inizio del Novecento, presentava ancora un quadro interessante di convivenza multireligiosa, sconosciuta a tanti Paesi europei e in alcuni combattuta in nome del nazionalismo. Tutto cambiò con l’avvento dei “Giovani-Turchi” che, volendo costruire un nuovo Stato-nazione etnicamente omogeneo, iniziarono a guardare con sospetto tutte le comunità non musulmane, minoritarie nell’impero ma presenti da secoli in quell’area geografica.

Ed in effetti uno dei  grandi problemi dei mondi religiosi mediterranei è proprio la coabitazione. Nel XX secolo si sviluppano due percorsi apparentemente contraddittori, ma profondamente legati l’uno all’altro: la fine della coabitazione islamocristiana, o arabo-ebraica, in quasi tutti i paesi del Sud Mediterraneo e d’altra parte nuove forme di coabitazione in Europa attraverso il fenomeno migratorio. La storia del Novecento realizza il divorzio tra popolazioni di culture e religioni diverse che avevano coabitato per secoli con la fine degli imperi, ottomano, austro-ungarico e zarista, proprio all’inizio del secolo. Nei paesi che appartenevano all’impero ottomano, è innanzi tutto il nazionalismo che mette in crisi la coabitazione tra gente di religione diversa, perché la religione diviene un elemento di identificazione dell’identità nazionale.

Coabitazione e nazione divengono, nel Mediterraneo del Novecento, termini non più complementari, come ha ben scritto Andrea Riccardi. Questo storico, da una decina di anni, ha animato a una serie di studi sul Mediterraneo nel Novecento in cui ha messo a fuoco il tema della coabitazione e del rapporto tra religioni come centrale per comprendere tante dinamiche mediterranee. Da un convegno internazionale di studi, tenutosi a Napoli nel 1991, che ha avuto come seguito il volume Il Mediterraneo nel Novecento. Religioni e Stati, edito nel 1994, ci si è mossi in un filone di nuove ricerche sulla coabitazione.  Riccardi ha poi pubblicato, nel 1997, sulla crisi della convivenza nel Mediterraneo, sulla questione armena, sulla liberazione di Gerusalemme nel 1917, il volume, Mediterraneo. Cristianesimo e islam tra coabitazione e conflitto (Ed. Guerini e associati). Il libro di Amabile e Tosatti ha comunque il merito di tenere viva quella che è stata definita nel Novecento “la questione armena”. Gli storici si sono trovati in questo secolo alle prese con la “questione armena” sviluppando un dibattito ampio e ricco di documentazione, ma accompagnato anche da una buona dose di polemiche e di distinguo. Si trattò comunque di un evento “spartiacque”. Basta ricordare che all’inizio dei massacri gli Alleati, in una dichiarazione congiunta, usarono per la prima volta nella storia il termine “crimine contro l’umanità”. La bibliografia a questo proposito, soprattutto da parte armena, è sconfinata. Ad essa si affianca quella francese, sovietica, anglosassone, che è molto vasta. Il romanzo di Franz Werfel ha reso popolare la drammatica epopea armena negli anni tra le due guerre.

Indubbiamente il fervore nato attorno alla vicenda ha fatto emergere dagli archivi una preziosa documentazione sui massacri. Oltre alle fonti “alleate” anche quelle tedesche (la Germania combatteva con l’Impero ottomano) hanno confermato l’ampiezza dello sterminio: il pastore evangelico Johannes Lepsius, che conosceva bene il mondo ottomano e aveva assistito da vicino a quegli avvenimenti, pubblica nel 1919 documenti diplomatici tedeschi che scagionano in parte la Germania dalle sue complicità, ma che rivelano l’esistenza di massacri di cristiani in Anatolia. Ai documenti raccolti da Lepsius vanno aggiunti, da parte tedesca, quelli del soldato tedesco Armin Wegner che con le sue fotografie e la sua testimonianza denuncia le uccisioni degli armeni e le loro sofferenze lungo la strada del deserto siriano. Si tratta di una testimonianza decisiva perché arriva da un uomo che lavorava al fianco dei turchi.  

Più ristretta, ma agguerrita, la storiografia turca nega l’esistenza di un genocidio e lo inserisce nel quadro normale delle traversie di tutte le popolazioni anatoliche durante la prima guerra mondiale. L’opinione turca, nonostante qualche ammissione anche ufficiale, è sempre stata molto guardinga di fronte a quello che la storiografia armena, occidentale e sovietica considera, pur con sfumature diverse, un “genocidio”. Anche sulle statistiche dei massacri la querelle è forte. Lo mette in evidenza, tra gli altri, Yves Ternon notando che la polemica “ruota intorno a due elementi: il numero iniziale degli armeni che vivevano nell’Impero ottomano - 2.100.000 secondo il patriarcato, 1.290.000 secondo il censimento ottomano -; la cifra delle vittime: 1.500.000 nella versione armena; da 200.000 a 800.000 secondo le versioni turche. Poiché la riduzione del numero iniziale degli armeni - continua Ternon - aumenta la percentuale delle vittime, il governo turco riconosce che in realtà un terzo, se non addirittura più della metà degli armeni sono scomparsi”.

Tuttavia i documenti ormai hanno messo in rilievo come non si tratti soltanto di uno sterminio di armeni. Il popolo armeno è coinvolto in primo piano nella persecuzione, negli spostamenti forzosi, nella deportazione e nelle uccisioni, ma la tragedia tocca infatti tutte le comunità cristiane dell’Impero, talvolta in maniera sostanziosa. Indubbiamente sono gli armeni sono le vittime principali del massacro: il timore dei turchi è indirizzato verso di loro e contro eventuali tentativi di creazione di uno Stato armeno. Tuttavia, per compiere un’azione di quel tipo, non poteva bastare l’apparato di cui il governo “giovane-turco” disponeva:  occorreva mobilitare le masse, più disposte a muoversi su una serie di motivazioni “religiose”, islamiche o anticristiane, che lungo il filo del nazionalismo turco.

Gli armeni, hanno tenuto viva la memoria della strage a differenza delle altre comunità colpite. Tra le poche voci che all’epoca si levarono per denunciare la loro tragedia in Anatolia ci fu quella di Benedetto XV che intervenne presso il sultano ottomano perché fermasse i massacri. “Questo gesto - ha scritto Andrea Riccardi - rappresenta un avviso al governo turco, che la Chiesa cattolica e l’opinione pubblica sono decise a non lasciare gli armeni soli”. Il passo di Benedetto XV fu deciso e mostrò, nonostante la delicatezza della questione, una ferma volontà del Papa di far sentire la sua voce su questa vicenda che lo aveva “inorridito”.

Si trattò di una preziosa presa di coscienza di ciò che era avvenuto in Turchia. Qui –in fasi e modi che non si ha il tempo di ricordare- si procede all’eliminazione progressiva della presenza cristiana che in Anatolia, ancora agli inizi del Novecento, raccoglieva fra il 30 ed il 40% della popolazione. Quel che manda definitivamente in frantumi la coabitazione  ottomana è appunto la strage degli armeni

Devo notare, in conclusione, che negli ultimi anni in Italia gli studi sulla questione armena si sono recentemente affermati anche grazie alle Edizioni Guerini che pubblicano una collana dal titolo “Carte armene”, e Storia e cultura degli armeni. Io stesso ho ricostruito in un recente volume, Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulle stragi degli armeni (1915-1916), la vicenda concreta di una pagina del genocidio, in cui si vede come la lotta nazionale agli armeni divenga progressivamente il jihad contro i cristiani (siriaci, caldei, armeno-cattolici, estranei a qualunque nazionalismo). Nel 1999, inoltre, sono usciti i primi volumi a cura della Commissione per la pubblicazione dei documenti italiani sull’Armenia (presieduta da Marta Petricioli), conservati presso l’Archivio storico diplomatico del Ministero degli Esteri. L’opera intende coprire il periodo compreso tra il 1878 e il 1923 e si presenta come un contributo molto importante sulla questione armena. Non posso non ricordare il grande romanzo di Antonia Arslan, La masseria delle allodole, che ha avuto il merito oltre a scrivere uno stupendo libro da un punto di vista letterario, di far conoscere al grande pubblico un aspetto del genocidio armeno.

La questione armena, quindi resta un paradigma fondamentale per capire tante vicende del XX secolo: dalla fine della coabitazione, alla deriva dei nazionalismi, al terribile sviluppo dei genocidi. Per questo dobbiamo essere e grati a Flavia Amabile e Marco Tosatti, che una volta di più, hanno attratto l’attenzione del pubblico su questa dolorosa vicenda che non abbiamo il diritto di dimenticare.

Marco Impagliazzo, 6 maggio 2005

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