Il dramma del popolo armeno di Christine Jeangey 

Il dramma del popolo armeno sarà forse una parentesi nella storia dell’umanità, ma di certo si tratta di una parentesi molto particolare: apertasi nel lontano XIX secolo, essa non è mai stata chiusa.

Qualche anno fa un’agenzia di stampa francese ricordava che il 24 aprile la comunità armena di Parigi commemorava i martiri del genocidio del popolo armeno, perpetrato nel 1915 dall’impero ottomano; dopo qualche minuto, la stessa agenzia modificava il proprio comunicato trasformando il termine “genocidio” nella più diplomatica locuzione “politica di conversione forzata all’Islam”.

Cos’è realmente accaduto il 24 aprile 1915, cosa ha portato a quella data e cosa è seguito ad essa?

Perché un’agenzia di stampa francese modifica paradossalmente un evento storico in funzione della volontà politica del governo turco?

Facciamo un passo indietro e torniamo nel XIX secolo nella regione dell’Anatolia che allora era parte dell’impero ottomano, il quale si estendeva dal Caucaso all’Africa settentrionale passando per il sud-est europeo. Si trattava di un vasto impero multietnico e multireligioso, nel quale le varie comunità religiose (millet) erano riconosciute e tollerate, seppur non considerate su un piano di eguaglianza giuridica e culturale rispetto alla comunità musulmana. Infatti, i millet cristiani erano rappresentati presso la Sublime Porta (il governo ottomano) dalle rispettive autorità religiose le quali, oltre alla funzione loro propria di capi spirituali, esercitavano funzioni amministrative e in taluni casi giurisdizionali; inoltre le minoranze erano alla guida dello sviluppo agricolo, commerciale ed industriale dell’impero, nonostante vigesse il principio di diseguaglianza fiscale tra maomettani e non maomettani. Tra i millet non musulmani si distinguevano quello ebraico, quello cristiano ortodosso e quello armeno.

Il popolo armeno abitava i territori dell’Armenia storica, che erano stati progressivamente conquistati e sottomessi da tre imperi: quello ottomano (l’Armenia occidentale), quello persiano e quello russo (l’Armenia orientale). All’interno dell’impero ottomano gli armeni popolavano le terre situate tra i fiumi Eufrate e Arax, e la regione della Cilicia; eppure gli anni a cavallo tra il XIX ed il XX secolo hanno visto la progressiva scomparsa di questo popolo da quella che da millenni era la sua patria.

L’eliminazione degli armeni dall’Anatolia si è svolta attraverso massacri sistematici e pianificati, sotto regimi politici differenti:

- 1894-’96: durante il regno del “sultano rosso” (Abdul Hamid) circa 300.000 armeni furono massacrati e migliaia costretti a convertirsi all’Islam o a fuggire;

- 1909: sotto il regime dei Giovani Turchi, dirigenti del “Comitato Unione e Progresso” fu la volta degli armeni di Cilicia: altre 300.000 le vittime dei massacri;

- 1915-’17: sotto la dittatura militare di Djemal Pasha (ministro della Marina), Enver Pasha (ministro della Guerra) e Talaat Pasha (ministro degli Interni) fu attuato il “genocidio perfetto”: il 24 aprile 1915 l’intellighenzia armena di Costantinopoli fu arrestata e da quel giorno ebbe inizio il processo di sterminio delle élites intellettuali prima, e del resto della popolazione poi; un milione e mezzo di armeni su una popolazione di 2 milioni fu deportato e brutalmente massacrato;

- 1920-’22: sotto la guida del generale Mustafa Kemal, detto Ataturk (padre dei turchi), la popolazione armena dei territori caucasici, attribuiti alla neonata Repubblica d’Armenia[1], fu attaccata dalle truppe kemaliste e sterminata.

 

Come si giunse a tale volontà genocida?

Per quanto riguarda il sultano, la sua scelta era dovuta alle condizioni in cui versava l’agonizzante impero: mentre Grecia, Serbia, Montenegro, Romania e Bulgaria ottenevano l’indipendenza, gli armeni cominciavano ad avanzare solo richieste di eguaglianza e libertà culturale all’interno dell’impero; inoltre la questione armena era pretesto di ingerenza della Russia zarista, tradizionalmente protettrice dei popoli cristiani contro il giogo musulmano.

    

Diversa è la motivazione dei regimi successivi: essi erano l’espressione di un nuovo sentimento nazionalistico, il panturchismo o panturanesimo, che vedeva nella costituzione di uno stato turco l’unica speranza di sopravvivenza dell’impero; si pensava di escludere i popoli non turchi dall’impero e di compensare la perdita di tali terre con l’acquisizione dei territori abitati da popoli di origine turca (azeri, uzbechi, kazakhi, tatari etc.) che si trovavano sotto la sovranità russa o persiana, ma che erano naturalmente inclini a riconoscersi in uno stato turco che si estendesse dal Bosforo alla Cina. Unico ostacolo tra i turchi ottomani e quelli non ottomani erano gli armeni, i quali, nonostante le diverse dominazioni straniere, erano riusciti a mantenere nei secoli la propria identità nazionale grazie ad alcuni elementi distintivi essenziali, quali la cultura, la lingua (proveniente da un ceppo indoeuropeo, essa costituisce un gruppo a sé e a partire dal V secolo si è dotata di un proprio alfabeto) e la religione (gli armeni sono un popolo cristiano, il primo popolo che, nel 301 d.C. sotto il re Tiridate III, ha adottato il cristianesimo come religione ufficiale dello stato; essi sono in maggioranza di rito gregoriano: la Chiesa Armena Apostolica è indipendente sia da quella cattolica che da quella ortodossa).

Sinora ha parlato la storia, hanno parlato i documenti e le testimonianze dell’ambasciatore americano Morgenthau, del pastore tedesco Lepsius (autore del celebre “Rapporto segreto sui massacri d’Armenia”), dell’ufficiale tedesco della Croce Rossa Wegner, del diplomatico inglese Bryce e di tanti altri, nonché gli atti del processo di Costantinopoli del 1919, che condannava, servendosi di numerose e dettagliate testimonianze, gli autori del genocidio; tuttavia le sentenze emesse da quel tribunale furono successivamente annullate…Poi è intervenuta la politica. La Turchia di Ataturk, dopo aver eliminato fisicamente gli armeni dall’Anatolia, ha cercato di sradicare, attraverso l’istituzione della “Società turca della Storia”, il ricordo stesso della loro presenza: è così che si comincia a sostenere che non sono mai esistiti armeni su quella terra, è così che le chiese e tutte le opere architettoniche armene diventano bizantine, ed è così che nascono le tesi negazioniste. Inoltre, la Turchia non si è accontentata di imporre tale tesi sul proprio territorio (anche sui 60000 armeni che oggi vivono ad Istanbul), ma ha ripetutamente tentato di imporla all’occidente, calpestando ancora una volta la dignità dei superstiti e dei loro discendenti; forte della propria posizione commerciale e militare, la Turchia ha cercato di impedire la divulgazione della verità storica. Ecco perché si è sentita l’esigenza di un riconoscimento del genocidio degli armeni da parte degli stati occidentali: si tratta di una reazione e di una richiesta di protezione nei confronti dell’ostinato, cieco ed infondato negazionismo turco, e della persistente volontà politica della Turchia di impedire la libera espressione su un tema che è innanzitutto storico e umano, e non già politico. Commentando sulla rivista turca “Millyet” il riconoscimento da parte del parlamento francese del genocidio del 1915, il giornalista S. Alpay ha affermato: “Non sono sicuro che quello che ho scritto rifletta fedelmente la realtà (...) [poiché] in Turchia la ricerca storica sull’argomento continua ad essere un tabù”. Finquando questa situazione persisterà la questione armena non potrà considerarsi chiusa.


 


[1] La Repubblica d’Armenia è nata con la dichiarazione d’indipendenza del 28 maggio 1918, sui territori armeni sottoposti alla sovranità russa; sorta dalla disgregazione dell’impero zarista, essa è entrata a far parte dell’URSS nel 1920.

 

 

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