Le ragioni per rifiutare la candidatura turca di Alexandre del Valle (Akhtamar On-Line)

Intervento al Convegno Internazionale "La Turchia e l'Unione Europea" organizzato presso l' Università di Roma "La Sapienza" Venerdì 26 novembre 2004.


Alexandre del Valle, geopolitologo francese, è l’autore di parecchi articoli nei giornali e riviste (Le Figaro, Politique Internationale, Spectacle du Monde, Limes, Frankfurter allemaine Zeitung, ecc.. e ha pubblicato nel 2004 un saggio: “La Turchia nell’Europa, un cavallo di Troia islamista? Edizioni Les Syrtes. 

 

In occasione del consiglio europeo del 17 dicembre 2004 che prevede di aprire i negoziati di adesione per la Turchia nell’Unione Europea, e pochi mesi dopo le vive reazioni provocate dal disegno di legge che condanna l’adulterio, il dibattito sull’entrata della Turchia in Europa merita di essere rilanciato sia in Europa che negli ambienti laici kemalisti turchi. Innanzitutto è necessario rispondere ai principali argomenti a sostegno della candidatura turca per poi spiegare quali sarebbero le conseguenze di un’ammissione della Turchia nell’UE.

 

Un paese europeo da sempre?

I sostenitori dell’adesione turca ricordano sempre che in Turchia vennero a predicare apostoli come San Paolo, che Istanbul fu la capitale dell’Impero Romano d’Oriente e di Bizanzio, dopo essere stata un luogo molto importante dell’antichità greca. Ma si tratta di una realtà ormai scomparsa, soprattutto dalla caduta di Bizanzio, la conquista turca nel 1453, e l’islamizzazione-turchizzazione del paese che, fino ad oggi, ha trasformato totalmente la società e l’identità del paese. Da più di 500 anni, i Turchi si definiscono come un popolo asiatico la cui età dell’oro ha coinciso con l’apogeo dell’Impero ottomano, e se una debole minoranza kemalista o lo spirito dei quartieri privilegiati di Istanbul si sentono europei, gli abitanti delle favelas di Istanbul o di Ankara e dell’Anatolia si riconoscono più nel vicino Iraq che nell’Europa occidentale. Non dobbiamo dimenticare che lo stesso Kemal Ataturk scelse come capitale della Turchia non l’europea Istanbul ma l’asiatica e anatolica Ankara. Per quanto riguarda la “presenza” turca nei Balcani e nel Mediterraneo durante i secoli, o la partecipazione della Turchia ottomana al “Concerto europeo” nel secolo XIX, lontano dall’essere una prova della sua “identità” europea, si trattò di una presenza coloniale, ostile, quando l’Impero turco-ottomano era la principale potenza nemica e minacciante per l’Europa. Non dobbiamo dimenticare che l’unica volta durante la quale le potenze europee si unificarono fu la battaglia di Lepanto per resistere agli assalti della Sublime Porta. La stessa città di Vienna fu attaccata due volte. Se affermiamo che la Turchia è storicamente un paese europeo, allora possiamo anche affermare che la Francia è un paese storicamente africano tanto più che è stata un’ex potenza coloniale. La Turchia non è Europa sia per la sua posizione geografica (eccezion fatta per Istanbul e la Tracia) sia per le sue abitudini (usanze) (endogamia islamica, crimini d’onore, discriminazioni etnico-religiose) sia per la sua coscienza civile.

 

Una candidatura irreversibile?  

Innanzitutto ricordiamo che niente è mai irreversibile ne fatale, sia in politica sia per quanto concerne la legalità europea; e questo si evince soprattutto dall’ ultimo rapporto della Commissione europea (5 ottobre 2004) che prevede: primo, dei “freni” e un’interruzione del processo di adesione se Ankara non applicasse nei fatti le riforme adottate nei testi; secondo, l’impossibilità di rendere effettiva l’adesione d’Ankara prima del 2015. Nel frattempo, potranno accadere molte cose, fra le quali le meno attese (colpo di Stato militare in Turchia, veto cipriota, tedesco, olandese o austriaco, referendum negativo in Francia, ecc...) Gli stessi leader europei piu favorevoli alla candidatura turca, come il presidente Jacques Chirac, ricordano che l’entrata della Turchia nell’Unione potrà anche trasformarsi in una soluzione intermediaria, come quella del partenariato privilegiato oppure essere oggetto di un referendum, che se risultasse negativo potrebbe interrompere completamente il processo d’integrazione.

Invocare l’irreversibilità della candidatura turca attraverso il pretesto che Ankara ha firmato un accordo di associazione nel 1963, ed è membro della NATO e del Consiglio d’Europa, o semplicemente fare una promessa, è francamente un discorso che non regge. Bisogna ricordare che l’accordo d’associazione del 1963 non promette nulla e fu firmato non tra l’UE e la Turchia ma tra la Comunità economica europea e la Turchia, in un contesto di guerra fredda, molto prima della nascità dell’Unione politica dell’Europa (1992, col trattato di Maastricht). Inoltre, in risposta alla domanda ufficiale di adesione di Ankara del 1987, chiaramente rifiutata, il Parlamento europeo aveva votato una risoluzione (oggi tenuta nascosta) che esige, invano, anzitutto il riconoscimento del genocidio del popolo armeno, il miglioramento delle condizioni delle minoranze religiose e del popolo curdo, il rispetto dei diritti dell’uomo e il ritiro dall’isola di Cipro. Sapendo che tali esigenze sono rimaste disattese e che la tortura è diventata solo “non sistematica”, secondo le parole stesse del commissario europeo all’allargamento, Verheughen, è dunque Ankara a non aver adempiuto ai suoi obblighi e non il contrario.

Fino a quando i “criteri del 1987” non saranno raggiunti dalla Turchia, e lontano dall’essere un qualcosa di dovuto, il processo di integrazione della Turchia potrà essere interrotto in qualsiasi momento per decisione di Bruxelles o dal veto di uno stato membro, ad esempio da Cipro, fino ad oggi illegalmente occupata dalla Turchia, o paesi molto “turco-scettici”, come la Francia, l’Austria, l’Olanda o anche la Germania, dove il centro-destra cristiano (CDU-CSU) propone alla Turchia un “partenariato privilegiato” invece di un’ adesione.

 

Provare che l’UE non è un “club cristiano”?

Affermare che bisogna integrare la Turchia per dimostrare che l’Europa non è un “club cristiano” e non rifiutare dunque un candidato islamico sarebbe assurdo: domandiamo alla lega araba d’integrare Israele o l’India per verificare che essa non sia un club musulmano? Questo cattivo processo sta invertendo i ruoli, perché è la Turchia che deve provare di non essere un “club musulmano”: ci sono più turchi a Parigi che cristiani in tutta la Turchia (100.000) paese puramente musulmano al 99%; dal genocidio di 1 milione e mezzo di Armeni (1915) e Assiro-caldei (1916) all’espulsione di 2 milioni di Greci nel 1922 (e 160 000 massacrati); misfatti che non sono mai stati oggetto di un minimo lavoro di memoria, insegnando invece nelle scuole la negazione del genocidio. Ankara, d’altra parte, continua a negare le minoranze assiro-caldee, quella cattolica e alavita. Ricordiamo solo che fino ad oggi, la Chiesa cattolica non ha goduto di alcun riconoscimento giuridico, e continua ad essere negata come pure la chiesa assiro-caldea o la chiesa protestante, senza dimenticare i 12 milioni di Alaviti, obbligati a studiare nelle scuole l’Islam di stato sunnita e a cui è negata la possibilità di costruire i loro templi...

 

La cosiddetta Turchia “laica” e “kemalista”

Affermare che la Turchia sia un’eccezione laica e un alleato naturale contro l’islamismo grazie all’eredità di Ataturk è falso: l’odierna Turchia autorizza e esige 

tutto ciò che Kemal rifiutava vale a dire il velo, i partiti islamici, le confraternite, i corsi di religione obbligatori. 

Le sue leggi contro il “blasfemo” condannerebbero perfino lo stesso Ataturk! Il kemalismo ha conosciuto un freno negli anni ’50 e ’60, con i governi di Menderes e Demirel ed è politicamente morto con Turgut Ozal, grande artefice della reislamizzazione degli anni ‘80, il quale ha abolito l’articolo 163 che interdiva i partiti islamici. Come si può sostenere la laicità di un paese di cui il 70% delle donne portano il velo, il cui stato mantiene 90.000 imam e migliaia di moschee, menziona la religione d’appartenenza sulle carte d’identità, vieta le più alte cariche pubbliche e militari ai non musulmani, ed è diretto da un partito, l’AKP, discendente di una corrente islamica uscita vittoriosa da molte elezioni a partire dagli anni ’90 ? Un partito, il cui dirigente Erdogan voleva vietare le sigarette, le minigonne e l’alcool quando era sindaco di Istanbul nel 1996 e che dichiara pubblicamente di essere favorevole al velo islamico e alla poligamia, esibendo sue figlie e sua moglie con il turban.

Bandita dai testi, la Sharia (legge islamica) dimora ancorata nella testa di coloro che hanno votato per l’AKP, o che hanno letto il bestseller del suo direttore di campagna elettorale, lo scrittore Abdulrahman Dilipak, intitolato “Viva la Sharia”!

Ci viene spiegato che gli islamici turchi al potere sono dei moderati e dei pro-occidentali che manterranno i legami con la NATO e con Israele. Occorre dimenticare il proposito del Primo Ministro Erdogan o del suo ministro degli esteri, il prosaudita Abdullah Gul (il quale lavorò 8 anni a Gedda nella Banca islamica BID, che finanziò il terrorismo islamico) che spiegano che la democrazia “non è un obiettivo ma un mezzo”, eppure si felicitano di aver ricevuto ad Istanbul il capo terrorista afgano pro-talebano Gubuldin Hekmatyar, “eroe della lotta al comunismo” ma ricercato da tutte le polizie occidentali. Quanto ai legami con Israele, Erdogan ha affermato che si potrebbero rompere se Sharon dovesse continuare a “perseguitare i palestinesi”. Gli alleati americani sanno essi stessi che dopo la guerra in Iraq, la Turchia reislamizzata non coopererà più come prima, visto che nell’attuale Irak, Ankara non è soddisfata dalla politica americana di appoggio ai Kurdi, prospettiva che contraddice l’obbiettivo turco di occupare le due città strategiche e petrolifere di Mossul e Kirkuk, in nome delle supposta presenza di “minoranze turkmene perseguitate”...

 

LUnione europea, spazio di democratizzazione

Ci viene spiegato che bisogna integrare la Turchia nell’UE per aiutarla ad essere “più democratica”, sapendo che lo zelo riformista e democratico dei dirigenti turchi è sopratutto motivato dagli aiuti economici e dai vantaggi che conseguirebbero con l’entrata nell’Unione europea. Ma si può perfettamente proseguire il processo di sostegno economico alla Turchia nel quadro di un “partenariato privilegiato” proposto da Giscard D’Estaing o dall’esistente Spazio Economico Europeo (SEE) e del quale sono membri paesi che non vogliono fare parte dell’Unione politica ma accettano un certo tipo di integrazione economica e commerciale coll’UE, ricordando che Ankara è già membro dell’Unione doganale sin dal 1996.

L’Unione Europea è certamente una spazio di pace e democrazia, ma essa si è già formata, dal punto di vista della civiltà, ed è naturalmente riservata a popoli di cultura giudaico-cristiana marcati dal pensiero greco-latino presente in Europa, fattore che fa precedere verso la democratizzazione paesi come l’Ucraina, la Bielorussia e la Russia, paesi infinitamente più europei rispetto alla Turchia. Ciascuna entità geopolitica deve avere dei limiti precisi, in mancanza dei quali ci troveremmo di fronte ad un fenomeno di neo imperialismo che ha la vocazione a estendersi all’infinito.

I rapporti della Commissione (5 Novembre 2003, e 6 ottobre 2004) e del Parlamento europeo (Oostlander del 17 Aprile 2004) hanno dimostrato che se la Turchia ha realizzato delle riforme sulla carta, queste non hanno trovato effettiva applicazione dal punto di vista pratico: i curdi continuano ad essere privati dei loro diritti, i tribunali hanno confermato la condanna di diversi deputati curdi a 15 anni di prigione; le fondazioni religiose cristiane non possono ancor oggi ; i reati di opinione sono sempre più severamente puniti rispetto ai crimini d’onore; le truppe militari turche continuano ad occupare Cipro, e a negare il genocidio armeno (un monumento di 45 metri , costruito recentemente lungo la frontiera armena commemora il genocidio di 150.000 turchi musulmani uccisi dagli armeni)

Se l’Europa ha un’identità che si riconosce nei diritti umani, allora il riconoscimento del genocidio armeno e la fine del blocco turco-azero che soffoca l’Armenia, dovrebbero figurare al primo posto tra i criteri di Copenhagen.

 

Veniamo ora alle conseguenze dell’integrazione turca:

I nostri dirigenti sono solamente coscienti del fatto che la Turchia in Europa diventerà lo stato più preponderante dell’Unione; dal 2020 Ankara disporrà nel Parlamento europeo di 100 deputati turchi per la maggiorparte islamici (contro i 72 della Francia e i 98 per la Germania); sarà la prima potenza militare e demografica dell’Unione( ben presto vi saranno 100 milioni di abitanti e 850.000 soldati).

L’entrata della Turchia in Europa aprirà il vaso di pandora dell’allargamento. Perchè successivamente rifiutare i 200 milioni di turcofoni del Caucaso e dell’Asia Centrale o gli stati del Maghreb? L’UE erediterà tutti i contenziosi geopolitici (acqua, frontiere, minoranze etc) che la Turchia ha con i suoi vicini. Senza dimenticare i traffici di droga, di armi e di immigrati clandestini di cui la stessa Turchia è una dei maggiori passaggi. Immaginiamo che l’Unione avrà come diretti vicini l’Iran dei Mullah e la Siria, padrina degli Hezbollah; l’Irak dello Jihad antioccidentale e di Al Qaida; l’Azerbaijan e la Georgia, punti di passaggio dei terroristi islamici dello Jihad ceceno. Malgrado ciò, i partigiani della candidatura turca affermano che questo ci permetterà di scongiurare lo choc delle civilizzazioni e di combattere la minaccia islamista….

Si dice che l’Europa sarebbe una chance per la democrazia turca. Questa sarà soprattutto una possibilità per gli islamici turchi, fino a quel momento condannati a edulcorare il loro programma e a subire l’alleanza con l’America e Israele così come i militari che controllano il paese.

Un tempo schernita da Erdogan, il “club cristiano” è ormai il solo alleato oggettivo (esternο) capace di imporre lo smantellamento del potere militare-kemalista, tutto ciò con la prospettiva di rifarsi dell’affronto subito nel 1923 al momento dell’abolizione del Califfato e della Sharià e dopo aver completato la dekemalizzazione del paese. Non sarà per preservare l’eccezione kemalista tanto invocata dagli euforici turchi, ma i dirigenti europei farebbero bene a riflettere due volte prima di attivare un processo che non controllerebbero più, come accaduto in Iran, allorché l’occidente impedì allo Shah di reprimere la rivoluzione islamico-komeinista.

 

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