La serendipità in Cristoforo Armeno. Di Barbara Najarian - (Akhtamar On-Line)

Il neologismo Serendipità, non molto  usato nella lingua italiana, è nel mondo anglosassone, molto diffuso. È infatti la traduzione del   vocabolo inglese serendipity, coniato nel 1754 dal letterato Horace Walpole.

Serendipity è, filosoficamente, lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra. Ma il termine non indica solo fortuna, le scoperte  nascono sì dal caso, ma anche dall'osservazione e dalla sagacia.

Il termine ha avuto un grande successo negli ultimi anni negli Usa e in Inghilterra, è usato in diverse circostanze per spiegare centinaia di situazioni, approda nel cinema (nel 2001 esce il film Serendipity di Peter Chelsom), dà il nome ad associazioni e case di produzione e  viene posto concettualmente, tra il libero arbitrio, la capacità dell’uomo di decidere e programmare il proprio destino e il karma e viene contrapposto concettualmente, al libero arbitrio, la capacità dell’uomo di decidere e programmare il proprio destino.

Pochi, anzi, pochissimi, sanno però, che Walpole estrasse il suo personalissimo principio in seguito alla lettura della novella dei "Tre principi di Serendippo" di Cristoforo Armeno. Il letterato infatti era rimasto profondamente colpito da come i protagonisti del racconto riuscissero, con la loro sagacia, a fare scoperte  ma anche da come la fortuna, alla fine, li aiutasse sempre. I tre principi infatti usavano l’osservazione, la sagacia, l’abduzione per conoscere e capire verità agli occhi di altri completamente occulte e ciò li faceva pendere  verso un destino di perdizione sventato poi, all’ultimo momento, dall’intervento di una provvidenza certamente ben lontana da quella cristiana, diremmo una fortuna speciale esistente solo per  le menti preparate.

Tutto ciò  era assolutamente innovativo nell’epoca in cui la novella fu diffusa in Italia. Il pellegrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo, per opra di M. Cristoforo Armeno dalla Persiana all’Italiana lingua trapportato fu pubblicato a Venezia nel 1557 dall’editore Michele Tramezzino (anche egli interprete e traduttore ma dalla lingua turca). Si tratterebbe, secondo alcuni critici, non  di un volgarizzamento  derivante da un originale persiano, come l’autore vuol farci credere, ma di una serie di racconti orientali rielaborati, collegati tra loro direttamente in italiano. La novella  infatti  contamina tradizioni arabe, persiane e indiane (non dimentichiamo che la cornice è araba ma ambientata nell’attuale Sri Lanka) e non si può indicare a tutt’oggi nella letteratura iranica una sola testimonianza, manoscritta o a stampa, che possa supporsi come l’originale dal quale il Pellegrinaggio fu tradotto. Lo stesso eroe al centro dell’opera, Bahrām,   è il sovrano sasanide protagonista di una miriade di narrazioni popolari diffuse anche in Italia e la tradizione su di esso è molto ampia. Risulta quindi strano che manchi  un originale su un testo che parla dell’eroe per antonomasia dei poemi romanzeschi iranici.[1]

Insomma, la novella pare un elaborato, forse di più mani, ma sicuramente frutto dell’esperienza di chi aveva confidenza con il mondo orientale, qualcuno che era in grado  contaminare varie tradizioni, di rielaborarle e di creare una favola incredibilmente affascinante    e  innovativa proprio per  la sua concezione della fortuna e della saggezza.

La rivalutazione dell’ingegno dell’uomo si riallaccia alla novellistica precedente in realtà, alla nuova idea dell’uomo postmedievale: se precedentemente non c’era azione dell’uomo che non dipendesse dalla volontà di Dio, e se anche i sentimenti umani fossero frutto di una ispirazione divina che inaspriva o addolciva i cuori secondo disegni eterni, alla fine del Medio Evo  l’uomo rientra in parte in possesso della sua vita. Nel Decameron di Giovanni Boccaccio l’ingegno dell’uomo non determina il suo destino da sé ma serve a contrastare i colpi della fortuna e sono questi i motori che, insieme all’amore, azionano le storie dei novi eroi borghesi: i mercanti, gli uomini di città. La  sventura li perde ma l’ingegno aiuta l’uomo e la fortuna, come si sa, aiuta le menti preparate: è l’abbozzo della  serendipità, la giusta mistura di ingegno e fortuna ma manca ancora qualcosa. La novellistica nel cinquecento, sulla scia del successo ancora vivissimo del Decameron, era uno dei generi più gettonati soprattutto perché essa, a differenza del romanzo epico (anche esso molto in voga) e della tragedia che ancora si arenavano nel mito e nell’eroismo di nuovi Ercoli dalla forza sovrumana,   poteva proporre  questa nuova concezione   dell’uomo comune e della provvidenza, un’idea affatto borghese e moderna, una rivalutazione dell’uomo in grado di contrastare le avversità, di usare la saggezza contro il male e contro la sventura. Il nuovo eroe europeo affronta avventure, per terra e per mare, come l’eroe classico, ma non è la sua forza fisica né l’intervento di divinità simpatizzanti a far sì che il “porto” sia sempre raggiunto. È l’ingegno, diremmo pure la furbizia, che finisce poi col cooperare con la fortuna e risolvere le vicende in senso positivo. Tutto ciò insomma c’era in Boccaccio e persiste negli autori del Cinquecento, sono nuove concezioni figlie dell’Umanesimo, dell’asse che si è spostato ed ha tolto Dio per rimettere l’Uomo al centro della vita,  tuttavia la serendipità non è questo, è qualcosa di più.  Boccaccio e gli autori del cinquecento ci si sono avvicinati prendendo anche  qualcosa dai racconti orientali,  fatto è comunque che solo Cristoforo Armeno,  formula il concetto di serendipità (anche se lui non la chiama così) nel senso completo. Cosa mancava? Mancava  l’osservazione, quella del saggio che capisce solo guardando e riflettendo, usando la abduzione.

 Lo “stile della ragione”  è sufficiente per affrontare le vicende della vita, anche nei guai più intricati, la logica e l’abduzione possono portare al raggiungimento di  qualunque obiettivo. L’osservazione è fondamentale perché spesso, a causa di preconcetti o per la fretta e la distrazione, capita di non vedere in nessun modo ciò che è evidente agli occhi del saggio. In molti casi, particolari del tutto insignificanti sono la chiave di volta  per risolvere un grande problema. I tre principi protagonisti del Pellegrinaggio sono l’emblema di questo nuovo tipo di eroe che non solo si è affrancato  da un Dio responsabile di ogni evento  e sentimento della vita dell’uomo ma che, in più rispetto all’eroe mercante del Decameron (che poteva contare sul suo  ingegno),  sa servirsi dell’abduzione, della capacità di vedere ciò che agli altri è nascosto.

 Sempre fermo restando che Cristoforo Armeno ci spaccia tutto il racconto per una traduzione e che non sappiamo se una eventuale stesura veneziana del Pellegrinaggio uscito dai torchi del Tramezzino, sia dovuta a più mani o solo alle sue, possiamo comunque affermare che questa Serendipidy, tanto cara agli americani, deriva, e non solo etimologicamente, dal racconto di un armeno. 

Riassunto della novella dei "Tre principi di Serendippo”

Fu anticamente nelle parti orientali, nel paese di Serendippo, un grande e potente re, nominato Giaffer, il quale ritrovandosi tre figliuoli maschi, coltissimi perché  educati dai più grandi saggi del tempo,  ma privi però di un'esperienza altrettanto importante di vita vissuta, decise, per provare, oltre alla loro saggezza, anche le loro attitudini pratiche,  di cacciarli dal regno: "Deliberò, per farli compiutamente perfetti, che andassero a vedere del mondo, per apparare da diversi costumi e maniere di molte nationi con l'esperienza quello che colla lettione de' libri, e disciplina de' precettori s'erano di già fatti padroni".

Durante il loro viaggio i tre fanno diverse scoperte, grazie al caso e alla loro sagacia, di cose che non stavano cercando.

Da poco giunti nel Paese di Bahrām,  "potente imperadore", i principi si imbattono in un cammelliere, disperato perché ha perduto il proprio animale. I tre non pur non avendolo visto, dicono al poveretto di averlo incontrato "nel cammino, buon pezzo a dietro". Per assicurare il cammelliere gli forniscono tre elementi: il cammello perduto è cieco da un occhio, "gli manca uno dente in bocca" ed è zoppo. Il buon uomo,  ripercorre a ritroso la strada ma  non riesce a ritrovare l'animale.

Il giorno seguente, ritornato sui suoi passi, incontra di nuovo i tre giovani e li accusa  di averlo ingannato. Per dimostrare di non aver mentito  i tre principi aggiungono altri tre elementi.

Dicono: il cammello aveva una soma, carica da un lato di miele e dall'altro di burro, portava una donna, e questa era incinta. Di fronte a questi particolari, il cammelliere dà per certo che i tre abbiano incontrato il suo animale  ma, vista la ricerca infruttuosa, li accusa di avergli  rubato il cammello.

I nobili singalesi, imprigionati nelle segrete dell'imperatore Bahrām,  affermano di aver inventato tutto per burlarsi del cammelliere ma  le apparenze li inchiodano e sono così condannati a morte perché ladri. Fortunatamente un altro cammelliere, trovato il cammello e avendolo riconosciuto, lo riconduce al legittimo proprietario. Dimostrata in tal modo la propria innocenza, i tre vengono liberati non senza una adeguata spiegazione di  come abbiano fatto a descrivere  l'animale, senza averlo mai visto.

I tre rivelano che ciascun particolare del cammello è stato immaginato,  grazie alla capacità di osservazione e alla sagacia. Che fosse cieco da un occhio era dimostrato dal fatto che, pur essendo l'erba migliore da un lato della strada, era stata brucata quella del lato opposto, quello che poteva essere visto dall’unico occhio buono dell’animale. Che fosse privo di un dente lo dimostrava l'erba mal tagliata che si poteva osservare lungo la via. Che fosse zoppo, poi, lo svelavano senza ombra di dubbio le impronte lasciate dall'animale sulla sabbia. Sulla spiegazione del carico i tre dissero di aver dedotto che  il cammello portasse da un lato miele e dall'altro burro perché lungo la strada da una parte si accalcavano le formiche (amanti del grasso) e dall'altro le mosche (amanti del miele); aveva sul dorso una donna perché in una sosta il passeggero si era fermato ai lati della strada a urinare, e questa urina era stata odorata da uno dei principi per curiosità,  venendo egli "assalito da una concupiscenza carnale" che può venire solo da urine di donna, aveva dedotto che il passeggero doveva essere di sesso femminile. Infine la donna doveva essere gravida, perché poco innanzi alle orme dei piedi c'erano quelle delle mani, usate dalla donna per rialzarsi a fatica visto "il carico del corpo".

Le spiegazioni dei tre principi stupiscono a tal punto Bahrām,  , che decide di fare dei tre dei tre giovani sconosciuti  i propri consiglieri. I tre principi in incognito offrono così i loro servigi all'imperatore, salvandogli anche la vita  risolvendo situazioni difficili o prevedendo il futuro.

 [1] Renzo Bragantini, Il riso sotto il velame, Firenze, Olschki, 1987.

 

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