DZIDZERNAGAPERT: Conosciamo la nostra Patria di Christine Jeangey (Akhtamar N. 1)

Un fuoco perenne arde a Dzidzernagapert: è luce, è calore, è vita. Come quella fiamma perennemente accesa nel cuore di Dzidzernagapert, il popolo armeno vive e la sua vita produce luce, produce calore e produce altra vita ancora. E' questo (almeno in parte) il messaggio che si cela dietro la singolare struttura del complesso monumentale dedicato alle vittime del genocidio del popolo armeno, perpetrato nel 1915 da parte dell'Impero Ottomano e dei Giovani Turchi.

L'Impero Ottomano ha fallito, e noi siamo la prova tangibile di tale fallimento. Nonostante la cura con cui era stata progettata l'eliminazione sistematica di un popolo – il nostro popolo – il risultato non è stato quello previsto: noi siamo qui oggi e, pur essendo sparsi nei più diversi paesi, non abbiamo dimenticato né la nostra lingua, né la nostra cultura, né le nostre tradizioni….. tuttavia a 84 anni di distanza, portiamo ancora in noi la cicatrice di quella ferita che nel lontano 1915 ci ha colpito, ma non è riuscita ad ucciderci.

Ma se il fuoco è vita e calore, esso porta con sé anche morte, desolazione, distruzione… e quella stessa fiamma che rappresenta la nostra vita di oggi proiettata nel futuro simboleggia anche il perenne ricordo dei nostri martiri, delle vittime del genocidio, e ci fa tornare alla mente con martellante insistenza il dramma che il popolo armeno ha vissuto e che negazionismo ed oblio stanno perpetuando. E' proprio attraverso questa ambivalenza che possiamo cogliere il più profondo messaggio che l'architetto A. Tarkhanyan ci trasmette attraverso l'opera sua: il fuoco è la vita che continua al di là delle ceneri del passato, di un passato dal quale non ci si deve far imprigionare, ma che non si può neanche dimenticare.

Ad enfatizzare l'aspetto legato alla distruzione sono le dodici ali che proteggono, racchiudendola al loro interno, la fiamma e che rappresentano le dodici province martiri dell'Armenia occidentale; ma la vita riappare, in uno slancio verso l'infinito, nella guglia – costituita da due snelle piramidi incastonate l'una nell'altra – simbolo della rinascita armena.

E' un continuo intreccio di vita e di morte: una vita che fiorisce al di là della morte, ma che da questa trae nutrimento per non spegnersi e per proliferare.

         

Noi oggi manteniamo accesso il fuoco della nostra Armenità perché sentiamo viva l'esigenza di esprimere una parte di noi e lo facciamo volgendoci al futuro, nella ricerca costante di nuovi ed originali risultati, ma allo stesso tempo non possiamo fare a meno di volgerci verso un drammatico passato, non per ridurci a prigionieri delle catene della sofferenza, bensì per non dimenticare coloro la cui morte non vogliamo (e del resto non possiamo) rendere vana.

Nelle immediate vicinanze del complesso monumentale, la memoria storica si concretizza nel museo dedicato al genocidio del 1915 al cui interno è possibile ripercorrere – attraverso cartine geografiche, fotografie ed altri documenti – la dinamica dei massacri e cogliere nel suo più profondo aspetto il dramma del genocidio. Spostandosi dal complesso monumentale al museo si costeggiano pietre tombali e lapidi, ciascuna delle quali ricorda una delle città che hanno subito i massacri.

Ora che il quadro del simbolismo sembra terminato, un ultimo dubbio che senz'altro si sarà insinuato frattanto nella mente del lettore, rimane irrisolto: quale relazione intercorre tra il nome del complesso monumentale Dzidzernagapert (ovvero fortezza delle rondini) e ciò cui esso è dedicato?

Ebbene, il nome del monumento trae origine dall'omonima zona di Erevan in cui è situato (sulla riva destra del fiume Hraztan). Si racconta che qui era stato un tempo edificato un tempio dedicato alla dea dell'amore Asdghig e al secondo piano vivevano come sentinelle delle rondini che portavano notizie all'amante della dea, il dio Vahakn.

Un ultimo dettaglio, apparentemente irrilevante e certamente non previsto da Tarkhanyan, merita di essere ricordato: sono i fiori lasciati dai visitatori attorno alla già ricordata fiamma. Questi fiori sono il segno materiale della presenza del popolo armeno oggi, di tutti coloro che, recatisi in Patria, hanno voluto rendere omaggio ai loro martiri e donare loro, insieme ad un fiore, il più prezioso dei regali: la certezza di essere fuggiti dal buio dell'oblio e di aver conquistato la luce che perennemente si rinnova della verità e dell'eternità.

                   

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