Viaggio in Armenia di Lakmè Pabis (Akhtamar N. 5)

Sono di origine armena nata a Istanbul, poliglotta, incluso l’armeno. Sono cresciuta in una grande casa con tanta servitù e tutti armeni scappati e salvati dai massacri dei turchi. Episodi raccapriccianti, non ultimo l’aver visto massacrare moglie e figli o marito e figli davanti ai propri occhi.

Un giorno nel 1989, guardando la televisione in casa mia ho visto una sequenza del terremoto che colpì i paesi dell’Armenia del sud e mi venne come un impulso di fare qualcosa anche in ricordo di quei racconti uditi da bambina, come se avessi un debito da saldare da lungo tempo rimasto in sospeso. Qualche giorno dopo, in casa di un’amica ho parlato con il figlio che faceva parte dell’ I.C.U. Istituto Cooperazione Universitaria) e ho saputo che questo Istituto stava costruendo proprio a Spitak (paese terremotato) il “Villaggio Italia” e parlando ho anche detto che conoscevo l’armeno.

  Il Responsabile dell’ I.C.U. mi fece chiamare e mi propose di andare nel paese terremotato per aiutare portando il mio metodo e dirigere un asilo. Ho subito detto di “sì. E lui: “ma un momento, non si affretti così, rifletta” ed io “Ho finito tutti i miei compiti di vita, sono quindi pronta a partire”. E così, mi sono subito messa all’opera per i preparativi.

  Ho potuto riempire ben 87 enormi scatoloni colmi di vestiario caldo, di ogni genere, coperte ecc. raccolti da amici, negozianti, fabbriche… poi saponette, scatoloni di detersivi ecc. generi alimentari per esempio una forma di parmigiano, altri formaggi, salami, prosciutto, burro ecc. panettoni e torroni. Ho aggiunto anche il mio presepe, il materiale dell’albero di Natale, la mia macchina da cucire, la mia macchina da scrivere, il Metodo della “Gioiosa” e tutte le fiabe in mio possesso. Il tutto sarebbe partito con un camion russo per Spitak (ma quando sarebbe mai arrivato?) Mah! Chi lo sa? Comunque….

  Partenza: compagni di viaggio meravigliosi, tutti volontari come me; un rappresentante dell’I.C.U., medici, infermiere. Si sa quando si parte, ma non si sa né quando si arriva, né come si arriva. Finalmente arrivammo fino a Spitak, un altopiano a 1.800 metri di altezza.

  Primo impatto: km. di macerie, un enorme cimitero, poi questo “Villaggio Italia”. Un grande altopiano circondato da montagne, in lontananza si scorgeva il monte Ararat e tutto bianco.

Il “Villaggio Italia” è stato costruito dagli italiani accorsi subito dopo il terremoto per soccorrerli, era composto di 300 case (dette mapi) prefabbricate, un ambulatorio con farmacia, ecografia, sala raggi X; una cucina tutta in acciaio con attigua camera dispensa, 3 frigoriferi, un asilo per 130 bambini quasi tutti senza mamma e papà e senza casa, 4 camere per i medici, me compresa, una grande sala di ritrovo trasformabile in chiesa per quando ci fosse un sacerdote, due scuole elementari e medie con circa 350 allievi in ognuna e 3 casette: 1 per le 4 suore mandate da Madre Teresa di Calcutta, 1 per 10 bambini handicappati e 1 per 10 vecchiette; tutti a cura delle suore e 20 containers contenenti farmaci, generi alimentari, acqua minerale, vestiario ecc. ecc.

  Altro impatto con questo luogo dove traspariva la desolazione: tutti vestiti di nero, occhi spenti assenti, facce tristi, gente smarrita, impaurita, abulica. Ho pianto con loro quando ho visitato il cimitero immenso e mi hanno raccontato cose allucinanti, raccapriccianti… ho pianto ancora con loro. Poi … ho sentito che il mio compito era ben altro, cioè come aiutarli a tirarsi su.

  La mia prima difficoltà è stata la lingua. Io parlavo l’armeno occidentale di Istanbul dove sono nata e loro l’armeno orientale, da lì la necessità di crearmi un vocabolario personale e così ho imparato l’altro armeno.

  Mi hanno subito affidato il compito di controllare le scadenze dei farmaci di un container, per poi bruciarli. Poi ho fatto da interprete in ambulatorio con il medico generico, con l’urologo, il pediatra, le infermiere spagnole, la ginecologa. Ho visto tanti malati, mutilati, piaghe inguaribili, e tante donne malate per mancanza di igiene la più elementare tra cui l’acqua e il sapone; e poi mi ha tanto impressionato la facilità con cui abortivano; una donna ha dichiarato di aver fatto 50 aborti, gliel’ho fatto ripetere tanto mi sembrava inverosimile.

Poi ho fatto da interprete tra i personaggi che venivano a visitare il “Villaggio Italia”.

Intanto veniva giù la neve, tutto era sepolto sotto una coltre bianca con venti gradi sotto zero, un freddo che tagliava la faccia e penetrava fino alle ossa.

Passavano i giorni … il mio camion non arrivava … sembrava quasi che Iddio mi avesse voluto provare in tutti i modi, e invece proprio in quel frangente dovevo sentire più salda la mia Fede e con tanta pazienza accettare anche questa prova.

Intanto visitavo le case (mapi): ho conosciuto molti abitanti e preso contatto col vero dolore, quello che ti torce il cuore; per esempio c’erano alcune mamme che avevano sentito gridare i propri figli sotto le macerie, chiamare aiuto ed essere impotenti davanti alla terra che li aveva inghiottiti. Erano rimaste pietrificate per sempre, un dolore infinito che non si potrà mai lenire neanche con i farmaci.

Poi ho preso contatto con l’asilo (130 bambini), la direttrice, le maestre con le quali ho iniziato un rapporto particolare, con incontri bisettimanali per cercare di aprire uno spiraglio di fiducia e di speranza nell’avvenire e cercare di insegnar loro il metodo della “Gioiosa” del Centro Coscienza di Milano. Avevo preparato tutto il programma ciclostilato e tutte le fiabe, il tutto tradotto in armeno: un lavorone.

Un certo giorno arriva il capo dei comunisti armeni, tutti in subbuglio, io faccio da interprete, e alla fine dell’incontro attiro la sua attenzione e dico: “Sono venuta ad aiutare il mio popolo ma soprattutto a portare il mio metodo (molto valido) per l’asilo, però non vorrei che pensaste che lo impongo di nascosto, quindi vorrei la sua autorizzazione perché non sia mai che qualche ispettore venisse e mi dicesse: “ma lei chi è, chi l’ha chiamata, chi l’ha autorizzata”.

Allora il Capo mi ha calorosamente pregato e ringraziato per ciò che stavo facendo per i bambini.

I bambini mi si aggrappano a grappoli in cerca di affetto, di un punto fermo, ma io con immenso dolore e tanto tatto li respingevo tutti perché pensavo al momento della mia partenza, e dopo essersi affezionati a me, sarebbe stato ancora un altro tradimento. Poveri bimbi, mi facevano una pena immensa. Qualcuno non mangiava, qualcuno se ne stava lì in silenzio, nessuno si rendeva conto dell’accaduto, solo sentivano questo vuoto terribile e quel senso d’ingiustizia. A questo proposito, sono entrata in contatto con la Croce Blu di Parigi per aiutare alcuni di questi bambini ancora sotto shock tramite lo psicanalista venuto con l'interprete.

Ad un certo punto urrah! il grido di gioia! è arrivato il mio camion, tutti contenti, ci fu un’agitazione generale.

Sono riuscita a distribuire tutto con immensa fatica ma con gran fermezza per riuscire a dare qualcosa a tutti secondo il bisogno di ognuno. Fu occasione di lavoro fino a tarda notte… oltre le ore 24 in cui stavo ancora lottando…..

Nel frattempo i giorni passavano e si avvicinava il momento della partenza di tutti gli italiani e delle spagnole; ma prima della loro partenza abbiamo preparato il Presepe e l’albero di Natale, e il 21 dicembre sono partiti tutti lasciandomi sola responsabile di tutto il “Villaggio Italia”: cioè: il controllo di 20 containers (grossi vagoni carichi di generi alimentari, abiti, acqua minerale, detersivi, macchinari, ecc.).

Mi occupavo dell’asilo e relativa dispensa e pranzo, delle famiglie, delle scuole elementari e medie dove entravo tutte le mattine, e i pomeriggi davo lezioni d'italiano a ragazzi di diverse età e diversi gruppi. Poi avevo in mano pure la contabilità in rubli e $. Inoltre avevo il compito di mantenere le relazioni pubbliche tra i responsabili sanitari locali, e l’istruzione pubblica con cui avevo spesso degli incontri-scontri: (perché tentavano di potarmi via macchinari, di tutto e anche la mia autorità) ma io ho imparato a stare a fronte a tutti con una fermezza d'acciaio.

  Rimasta sola, ho preparato fino a notte alta circa 700 pacchetti per Natale. Poi arrivò il giorno della festa: il I° della loro vita. Avevo preparato nella biblioteca (luogo dei nostri incontri serali) su un grande tavolo tanti piatti con del panettone e del torrone. Ho fatto entrare 40 bambini alla volta con la candelina accesa. Tutti in gran silenzio e reverenza.

Dopo il segno della croce (il I° della loro vita) ho raccontato la storia della nascita di Gesù, e abbiamo recitato le prime frasi del Padre Nostro che sei nei cieli. Poi hanno fatto merenda e poi sono passati ognuno davanti a me e, mentre davo il regalino, gli mettevo la mano sul capo, li benedicevo e a ognuno dicevo qualche parolina d’amore. Fu una processione che durò tanti giorni. Quando finirono tutti, vennero le maestre e vollero essere benedette anche loro.

Fu veramente commovente, ma io li capii profondamente perché l’unica loro salvezza era il fatto di riscoprire in ognuno di loro il senso di Dio, di quella entità che loro non conoscevano ma che esiste in ogni essere umano sulla faccia della terra. Quel senso di Dio è così importate che chi ce l’ha non ha più paura.

Così incominciai ad andare nelle scuole, e classe per classe incominciai a parlare, ma sempre in punta di piedi partendo da “Chi sono?” "Chi è il mondo?" "Quale rapporto ho io col mondo?" e poi man mano li ho preparati al battesimo e Prima Comunione. Piano piano sono riuscita a far battezzare più di 1.000 persone tra bambini, giovani, vecchi…. una vera processione. Fu una preparazione lunga, è stato un lavoro di cesello… e in quella circostanza avrò abbracciato e baciato più di 3.000 persone, tutti assetati di una buona parola. E quale? se non quella di Dio che ognuno poi pian piano scoprì di avere dentro. Tale è il bisogno dell’Uomo, soprattutto là dove regna la tristezza e il dolore.

Passarono altri giorni laboriosi e si avvicinava la festa di Pasqua.

Dopo profonda ascoltazione di come far passare e capire il mistero Pasquale ho avuto proprio l’ispirazione nel far capire a quelle anime che la passione la conoscevano già perché l’avevano vissuta tutti in quel terribile evento e che qualcuno era pure morto a se stesso per il gran dolore. Ma la Pasqua non è solo passione e morte ma è anche Resurrezione e che insieme potevamo ritrovare la pace interiore, e così la nuova speranza e fiducia potevamo risorgere insieme a Cristo a vita nuova.

Poi ho distribuito in ogni classe le uova rosse che avevo preparato (più di 800 uova trovate con immensa difficoltà e ad un prezzo esorbitante) e la polverina rossa mandatami da mia figlia.

Questo rito, reso sacro dal mio atteggiamento è stato molto sentito, proprio come un momento magico vissuto in raccoglimento in cui si è sentita veramente la presenza Divina fra noi. A qualcuno brillavano gli occhi, altri avevano le lagrime di commozione.

A questo punto ho fatto un grande atto di forza. Mi sono recata al cimitero, erano mesi in cui li vedevo andarvi in processione rimanerci ore e qualche volta pure con la torta con le candele per un figlio che avrebbe compiuto gli anni…. Sono rimasta in ascolto di quel dolore, capivo che era molto forte ma sentivo anche che quella non era la maniera giusta di viverlo. Bisognava trovare la forza d’animo e l’amore per poter tramutare quel dolore da ribellione in accettazione.

Così ho parlato ad ognuno da cuore a cuore e sono riuscita a convincerli perché tanto lì non c’era più nessuno e ho aggiunto: “Ricordatevi che i vostri morti sono nel vostro pensiero, nel vostro cuore e aleggiano intorno a voi, ovunque voi siate. Tornatevene alle vostre case, cercate di usare il pettine, il sapone, pulite le vostre case e occupatevi piuttosto di quelli che sono vivi e che stanno per le strade".

Non avrei mai creduto che avrebbero accettato il mio ordine, ma in fondo sentivano che era giusto, e che era solo dettato da comprensione e dall’amore per quel loro patimento.

Passarono altri giorni e mentre s’avvicinava la mia partenza incominciavo a cogliere il sorriso su alcuni volti, e “par che rispondessero al mio invocare muto”, per me per loro e per tutti quelli che non c’erano più… Alla mia partenza li avevo tutti intorno a grappoli, fino a mezzanotte inoltrata. Ho appena fatto in tempo a fare le valigie, partivamo alle 2 di notte.

Ero ubriaca di fatica e di emozione, ma molto gioiosa perché il mio soggiorno anche se faticosamente aveva dato i suoi frutti benefici.

E’ stata un'esperienza indimenticabile che ha inciso molto dentro di me perché ho capito il vero senso della vita e l’immensa importanza della coltivazione interiore, unica salvezza. Mi direte, ma da che cosa? Da mille cose: dall’angoscia, dalla disperazione, dall’egoismo, dagli errori…..

E che questo mio racconto sia, lo spero, un invito a voi tutti a dare di sé agli altri anche se sconosciuti in qualsiasi momento e occasione della vostra vita.

Perché è bello, molto bello. Sapete che sentivo come un profumo di rose nel cuore e credo che in cielo cantavano gli angeli…

 

  Roma, 10 maggio 1993

 

 

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