Quell'isola Lontana  di Emanuele Aliprandi  (Akhtamar On Line)

Il “Mare di Van”, come lo chiamano da queste parti, in realtà è un lago, ma l’aereo in fase di atterraggio nello scalo dell’omonima cittadina impiega parecchi minuti per attraversarlo tutto , da ovest verso est.

Fa caldo in questo lembo di Anatolia orientale, a 1700 metri di altitudine: la foschia rende bianco il cielo e sfuma il contorno delle montagne circostanti le cui cime , a luglio inoltrato, sono ancora ammantate di neve.

Seguiamo per circa quaranta chilometri la sponda di questo bacino (esteso dieci volte quello di Garda) in direzione sud ovest fin tanto che non scorgiamo , là, come a galleggiare sulle sue calme acque, il profilo della piccola isola di Akhtamar.

Non possiamo che incominciare da quaggiù il nostro viaggio alla ricerca di un’armenità ormai quasi  del tutto scomparsa da queste terre; l’emozione è  forte in tutti noi, ma soprattutto per chi il nome riporta  alle pagine della rivista romana dei giovani armeni .  

Il battello ci trasporta lentamente; lo scafo sciaborda sull’acqua immobile, la quiete del paesaggio è rotta solo dal rumore sordo del diesel del natante che in una ventina di minuti attracca ad un piccolo molo proprio sotto quella chiesa che avevamo appena intuito dalla costa e che, via via che ci avvicinavamo all’isola, si era fatta sempre più nitida, imponente nella sua semplicità ed ora stava, lì, davanti a noi e ci guardava e ci parlava. 

Un strana sensazione pervade tutti noi: non ci ritroviamo lì, a migliaia di chilometri dalle nostre abitazioni (in Svizzera, in Italia, in Francia , in Scozia) semplicemente per visitare un posto nuovo, mai visto; non ci sentiamo turisti pronti ad immortalare con un click un monumento o un paesaggio , non importa dove sia , quale sia , che cosa rappresenti, basta che la foto venga bene.

Saliamo tutti , su, per il sentiero, fino a raggiungere la soglia dell’edificio.

Entriamo con rispetto, in silenzio; la luce filtra dalle strette finestre ed illumina i pallidi affreschi dell’abside.

Dario (dell’associazione svizzera Kasa, (www.kasarmenia.org) intona  un suggestivo canto religioso fra le grigie pietre di questa chiesa del X secolo resistita – coriaceo usbergo – alle ingiurie del tempo e degli uomini.

E lì, su quel verde boscoso lembo di terra, in mezzo a quella distesa d’acqua che lo esalta separandolo dal resto del mondo,uno dal tutto, il tempio ci appare ormai come un baluardo, un simbolo della memoria e della fede.

La magnificenza degli altorilievi, con scene e personaggi tratti dall’Antico e Nuovo Testamento, esalta la fiera nudità dei muri esterni della costruzione al punto tale che appare difficile considerare Akhtamar solo dal punto di vista dell’architettura, per quanto le sue geometrie, semplici ed innovative al tempo stesso , i suoi volumi , le sue differenze rispetto alle tradizionali chiese cruciformi a cupola centrale, la rendano un esempio di studio per gli esperti della materia.

Numerosi khatchkar appoggiati intorno alla chiesa rafforzano, se mai ve ne fosse bisogno, la sacralità del luogo.

Dall’alto della collinetta che sovrasta l’isola, lo sguardo domina il paesaggio circostante; sul lato opposto a quello della chiesa , verso sud, le rocce si stagliano, a strapiombo, per un centinaio di metri: guardi giù le acque azzurre che si infrangono, delicatamente, contro le rocce e pensi che potrebbe essere qualsiasi tratto di costa mediterranea del sud d’Italia .

Ora, una leggera brezza da nord ha reso l’aria più limpida: si stagliano, a nord ovest, i profili del Suphan Dagi (4058 metri) e del Namrut Dagi (2935 metri, omonimo del più famoso che si trova al centro dell’Anatolia), mentre  sulla costa vicino a noi la “Jandarma” (l’esercito turco) ha composto con le pietre una grande scritta che recita “la patria è una ed indivisibile” e noi tutti non possiamo che domandarci a quale patria si riferissero  i ligi estensori di tale proclama, giacchè in questa che fu terra d’Armenia ora vivono solo, quasi esclusivamente, i curdi; molti dei quali non parlano neppure la lingua di Ataturk e le cui donne girano tutte con il capo velato o completamente avvolte nel chador.

Ormai è pomeriggio inoltrato e qui, sempre in nome dell’unità nazionale, vige lo stesso fuso orario di Istambul per cui,  in piena estate il sole ci lascia non molto dopo le diciannove  per risorgere alle quattro del mattino  (mentre nella confinante Armenia si è due ore avanti).

Il battello, dunque,  ci riporta , con la stessa lentezza dell’andata,  sulla costa.

Osserviamo con melanconia la nostra chiesa  che si allontana, l’emozione che rimane nei nostri animi si mescola alla tristezza per l’addio.

Nella parte scoperta dell’imbarcazione  siede una famiglia francese: i tratti somatici, i lineamenti di lui richiamano, inequivocabilmente ,  le origini armene.

Suo figlio, un ragazzo che avrà avuto circa diciotto anni, guarda l’isola che si allontana e si copre il volto con un cappello.

<Qu’est-ce qu’ il a? >, chiede la madre al marito.

<Il  pleure  > .

Arrivederci  Akhtamar.

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akhtamar@comunitaarmena.it