Sguardo in Libreria- Pietre sul Cuore di Michelle Jeangey (Akhtamar N. 6)

  Pietre sul cuore

Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni

Un libro cura di Alice Tachdjian (Sperling & Kupfer, 200 p., 15€)

 

Spesso quando ricordiamo le vittime delle guerre, dei massacri, dei genocidi, facciamo riferimento al numero dei morti e a quello dei pochi sopravvissuti senza soffermarci a pensare cosa voglia dire realmente essere sopravvissuti al massacro della propria famiglia e del proprio popolo, alla distruzione del proprio mondo in pochi attimi. Il diario di Varvar descrive con lucidità le vicissitudini di una sopravvissuta ad un genocidio, ponendo l'accento sì su quest'ultimo, ma soprattutto sulle drammatiche conseguenze che da esso sono scaturite.

   

"Ma perché Dio ha voluto che noi bambini sopravvivessimo? Perché siamo stati risparmiati dalla furia omicida? Forse noi fummo dispersi per il mondo come una manciata di semi in cerca di terra fertile per testimoniare, ricordare e indicare ai nostri figli la via impervia e dolorosa del perdono." 

Varvar, una delle sopravvissute al genocidio del popolo armeno, perpetrato nel 1915 dai Giovani turchi, aveva allora solo sei anni, viveva immersa nell'azzurro del cielo, nel verde dei campi, quando il suo idillio è stato improvvisamente spezzato. Arresti, incendi, saccheggi, fucilazioni.  Pur non capendo ciò che accadeva intorno a lei i suoi occhi le mostravano la casa, il cielo e le foglie degli alberi del suo amato giardino come se avessero perso il colore. Da allora l'esistenza di Varvar non è stata più la stessa e sul suo cuore hanno cominciato a pesare tante pietre, che le hanno insegnato a diffidare di tutti, ma anche ad essere riconoscente a coloro che le hanno dato affetto e che hanno cercato di liberare la sua memoria delle orrende visioni che l'avevano colpita durante la deportazione.

Salvata dall'amore della madre che, dopo un lungo abbraccio l'ha lasciata fuggire dalla colonna dei deportati con la zia in un villaggio turco, nella speranza che almeno sua figlia sopravvivesse alle barbarie dei turchi, la piccola Varvar ha trovato rifugio presso la famiglia di un turco, legato al padre da un debito di riconoscenza. Lo stesso uomo aveva salvato in precedenza anche suo fratello Hovhannes, ma per farli accettare alla comunità locale, tutti e tre sono stati islamizzati con una breve cerimonia, dopodiché i tre armeni hanno ripagato la famiglia turca della loro ospitalità servendoli.  Allora Varvar ha imparato il turco.

Diverse vicissitudini hanno riportato Hovhannes nel villaggio natale, ad Ulaş, Varvar così si è sentita nuovamente abbandonata dai suoi famigliari, non capiva ancora il gesto disperato di sua madre, mentre la zia era stata costretta a sposarsi con un vedovo turco avente tre figli. Ma Hovhannes non l'aveva dimenticata, dopo un anno la mandò a chiamare cosicché dopo quattro lunghissimi anni, la piccola Varvar tornò anche lei ad Ulaş.

 Aveva vissuto con la famiglia turca quattro anni come «figlia adottiva», o meglio come serva, ma le avevano salvato la vita, cosa che lei non ha mai dimenticato. 

"Quattro anni erano trascorsi, quattro secoli di angoscia e di dolore".

E' solo nel brefotrofio di Sivas, dove lei stessa ha chiesto al fratello di trasferirsi per studiare, che Varvar, infelice tra gli infelici, ha ricominciato a vivere superando "il senso di umiliazione e di frustrazione che si aggiungeva alle sofferenze per la famiglia distrutta", è lì che condividendo con le sue compagne le esperienze vissute, ha trovato nuove sorelle a cui è rimasta unita da un legame indistruttibile e ha ritrovato la purezza della sua lingua madre persa negli anni in cui è stata ospitata dalla famiglia turca.

 Varvar è stata poi portata in Grecia, da lì in Francia, un percorso lungo difficile che preannunciava nuove separazioni, ma che ha portato anche al ricongiungimento con la sorella residente a Parigi, all'incontro con Assadur Taschdjan, al matrimonio con quest'ultimo, all'integrazione, alla speranza del rimpatrio nella Repubblica Socialista Sovietica d'Armenia negli anni Quaranta e infine al dramma dell'assimilazione.

Tutto ciò è descritto da Varvar nel suo diario con un linguaggio semplice e diretto, con la consapevolezza che la sua vita e tutte le pietre che ha dovuto sopportare non debbano cadere nell'oblio, come l'aveva severamente invitata a fare sua sorella, dopo averle racconto sottovoce ciò che sapeva della loro famiglia e della sua personale esperienza.

"Abbiamo attraversato l'inferno e siamo vive per miracolo. I nostri sono morti, non si può far nulla per loro. Ora devi pensare a sopravvivere. Cerca di dimenticare, perché se ricorderai, non potrai più campare. La nostalgia è la più grave delle malattie, per noi immigrati. E, soprattutto, non riferire a nessuno ciò che ti ho raccontato, perché non ti crederebbero".

Pur non riuscendo mai a capire le ragioni delle crudeltà subite, durante tutta la loro vita Varvar e Assadur hanno voluto ricordare il loro triste passato e ricordarlo ai loro tre figli, orgogliosi di essere Armeni non volevano che i loro figli e i loro nipoti dimenticassero le loro origini. Questo è il motivo per cui Varvar ha trascritto le sue memorie e Alys, sua figlia le ha volute divulgare ad un pubblico più ampio.

  "I turchi mi hanno rubato la vita, grandi sono le pietre che ho dovuto mettere sul cuore……In fondo è stato bello vivere, nonostante tutto, perché la vita è vita, e ogni giorno che giunge è un dono di Dio che trascende la nostra volontà. Quando ormai tutto entra nel passato, quando il percorso dell'emigrante è terminato, allora, e solamente allora, la memoria può ricomporsi, e ricordare diventa rivivere."

 

Indice

akhtamar@comunitaarmena.it