Parole di introduzione alla presentazione del libro "La Masseria delle Allodole" (Akhtamar On-Line) di P. Federico Lombardi   

Gentile Professoressa Arslan, signori e signore, amici tutti,

 

benvenuti in questa casa. Sono lieto di salutarvi e di darvi il benvenuto a nome della Radio Vaticana.

Con le lingue e le nazionalità diverse che si trovano qui a lavorare – sono rappresentate fra noi oltre 40 lingue e 60 nazionalità diverse – desideriamo essere un piccolo specchio dell’universalità e della varietà della famiglia umana dei popoli e della Chiesa, e desideriamo che qui tutti si sentano a casa loro.

Perciò siamo contenti che le nostre diverse Sezioni prendano iniziative e possano invitare le rispettive comunità, in modo da allargare la cerchia dei nostri amici e di coloro che qui si sentono a casa.

Oggi è la volta di questa bella iniziativa culturale della Sezione armena, che parla una lingua per la massima parte di noi misteriosa, ma che continua ad unire un grande popolo antico sparso nei diversi continenti.

Il Responsabile della nostra Sezione armena, Michel Jeangey, viene da me e mi dice: “C’è una radio delle comunità armene in Brasile che vorrebbe ritrasmettere il nostro programma, come facciamo a farglielo arrivare?”. Dopo qualche mese torna e mi dice: “In Australia c’è una radio della comunità armena che ci vuole ritrasmettere. Come facciamo?”. Passa qualche mese e torna: “In California ci sono molti armeni, tutti hanno il computer, quando mettiamo il nostro programma su Internet perché si possa ascoltare?”. Passa qualche altro mese e mi dice: “Senti, gli armeni di Aleppo dicono che sentono male il programma, non è che possono sentirlo da qualche satellite?”. Poi torna ancora: “Nella patria armena vicino all’Ararat dicono che si ascolta abbastanza bene, ma se si potesse migliorare la trasmissione…”.

Quando ho preso in mano “La masseria delle allodole” ho girato il libro fra le mani e ho visto la quarta di copertina e ho letto: “La zia lo ripeteva sempre: ‘Quando sarò proprio stanca di stare con voi…io me ne andrò. A Beirut da Arussiag, ad Aleppo da zio Zareh, a Boston da Philip e Mildred, a Fresno da mia sorella Nevart, a New York da Ani, o anche a Copacabana dal cugino Michel…’”. Allora mi sono detto fra me: “Ah, ho capito…”.

Oggi, oltre alle onde corte, i satelliti e l’Internet ci aiutano e ci permettono più di ieri di dare un contributo – e ne siamo fieri - perché questa lingua misteriosa continui ad unire un popolo così ricco di storia e tradizione, un popolo che abbiamo imparato pian piano a conoscere meglio lavorando vicino ai nostri colleghi armeni e con loro. Abbiamo anche imparato che è stato il primo popolo al mondo a dichiararsi cristiano, più di 1700 anni fa, ed anche per questo lo ammiriamo, perché abbiamo capito che le radici della loro fede cristiana sono profondissime.

L’occasione che la Sezione armena oggi ci offre è la presentazione di un libro, il primo romanzo della professoressa Arslan, che ha già riscosso notevole attenzione in Italia.

Anche se il mio compito è solo di darvi il benvenuto, e non di presentare il libro, poiché il libro l’ho letto permettetemi di dire anche io su di esso qualche breve parola.

Devo dire onestamente che l’ho trovato un libro terribile. E’ un libro che fa memoria di eventi terribili, di crudeltà inimmaginabili, ma purtroppo sono eventi veri, che fanno parte della nostra storia. Mia mamma mi diceva che quando era bambina, a Torino, sentiva parlare dei profughi armeni che arrivavano, soprattutto bambini, e che sua madre e altre signore si davano da fare per questi profughi.

E’ un libro terribilmente attuale. Non parla di fatti lontani, ma di fatti che si sono ripetuti troppe volte per popoli diversi fino ai nostri giorni, anche se in modo diversi con uguale assurdità e crudeltà: Shoà, Bosnia, Rwanda…E’ un libro che ci aiuta a leggere e capire anche i fatti di oggi.

Ci aiuta a leggerli non discutendoli dall’esterno, ma coinvolgendoci, facendoci entrare dentro, nel mondo interiore di chi li ha vissuti o li vive, aiutandoci a comprendere la devastazione del mondo personale, umano e affettivo, che comportano, le ferite profondissime che causano… Dopo la guerra in Bosnia mi dicono che i miei confratelli gesuiti hanno cercato di aprire una piccola comunità a Sarajevo, con la finalità non tanto di fare opera di carità o solidarietà materiale, quanto per fare opera di risanamento interiore, psicologico e spirituale; e mi dicono che purtroppo hanno dovuto rinunciare, perché hanno capito che questo era ancora molto più difficile di quanto non si fossero immaginati. Entrare dentro, e vedere quali ferite la violenza assurda lascia nell’anima…

Ma voglio anche ringraziare per questo libro. Nonostante la drammaticità di ciò che narra, da esso traspare in fondo una certa indefinibile serenità. Vorrei dire che mi è sembrato un libro terribile, ma sereno.

Perché? Forse è il carattere di questo popolo che l’Autrice definisce “mite”? Forse agisce qui l’antica radice, profondissima, della fede cristiana?

Certamente il libro parla di violenze orribili, ma non ispira odio. Sopra questa terra devastata dalla crudeltà continua ad esserci un cielo, in cui ci sono angeli, un cielo in cui ci si riunisce in pace con chi vi è giunto prima di noi. Anche nella sofferenza più atroce c’è un’umanità che sopravvive e si può risvegliare.

Nella visita alla Basilica del Santo la bambina che è l’Autrice sente dal nonno: “la chiesa è casa visibile che conduce alla casa invisibile”. La casa invisibile è reale, e la sua presenza accompagna anche nei tempi più oscuri.

Di fronte al male più terribile la nostra fede è provata. Oggi la nostra fede è provata di fronte alla violenza del mondo. Ci domandiamo come si fa a credere in Dio dopo Auschwitz, come si fa a credere in Dio dopo Sebrenica, come si fa a credere in Dio dopo il Rwanda…

Gli armeni hanno continuato a credere in Dio attraverso e dopo il loro “grande male”, il genocidio, ad amare il vero, il bello, il bene, la vita.

Per questo, come cristiano, io li ringrazio, e ringrazio la professoressa Arslan per essersene fatta testimone in questo libro.

 

Federico Lombardi S.I.

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