I Giusti per Gli Armeni di Pietro Kuciukian (Akhtamar Speciale 4/02)

La memoria è il futuro

Ho intitolato il progetto, “I giusti per gli armeni”, ”La memoria è il futuro”, perchè solo approfondendo la ricerca sul passato si può combattere il negazionismo, che è  una memoria inquinata da esigenze del presente, e si può sperare nel futuro, che non dovrebbe essere la continuazione del presente, ma una sua proiezione nel tempo, costruito sulle fondamenta della memoria storica. La nostra sola speranza di discernere le forze che attualmente operano nel mondo che ci circonda è di confrontarle saldamente al passato, come ci ricorda lo storico Geoffrey Barraclough.

Ricordare i non armeni che hanno aiutato gli armeni prima, durante e dopo il genocidio del 1915 impedisce che la Storia degli omicidi di massa e delle deportazioni sia solo quella costruita dagli aggressori o quella reinventata dai loro successori.

La voce dei non armeni che sono stati testimoni dei tragici eventi del 1915-1923 può salvare dall’oblio il primo genocidio del XX secolo.

In occasione della mostra fotografica sulla figura di Armin T. Wegner, un testimone oculare del genocidio degli armeni, che a rischio della vita fotografò i lager di sterminio degli armeni, conobbi il figlio Mischa .

Mischa Wegner conservava in casa le ceneri del padre: decidemmo di portarle in Armenia, tumularle nel “Muro della Memoria” del monumento al genocidio di Dzidzernagapert. Un albero venne piantato nel “Giardino dei Giusti”e una lapide deposta in una via di Yerevan. Ad Armin T.Wegner era già stato conferito nel 1967 il titolo di “Giusto” dallo Yad Vashem per la lettera di denuncia contro i comportamenti antiebraici del regime inviata a Hitler nel 1933, che gli era costata l’arresto e la detenzione. Era con noi una troupe televisiva della RAI diretta da Carlo Massa che ha realizzato in Armenia e in Siria, nel deserto di Deir es Zor, il documentario sulla figura di Armin T. Wegner, dal titolo “Destinazione il nulla”. La causa armena e la causa ebraica trovano in Wegner il punto di congiunzione.

Negli anni seguenti ho trasportato in Armenia la terra tombale di altri giusti per gli armeni, persone che di fronte al male estremo hanno avuto la forza di reagire, hanno salvato i deportati, hanno raccolto gli orfani, hanno protestato durante la tragedia del genocidio, hanno disobbedito agli ordini criminali, hanno testimoniato nei processi,  hanno portato a conoscenza dei parlamenti ciò che stava accadendo, hanno scritto memorandum e libri in favore delle vittime: Johannes Lepsius, pastore tedesco fondatore della Missione d’Oriente e di orfanotrofi; Franz Werfel, lo scrittore del più popolare romanzo sul genocidio, “I 40 giorni del Mussa Dagh”; James Bryce, il lord inglese compilatore del Libro Blu, una relazione sul genocidio occultato, coeva ai massacri, presentata alla Camera dei Lord; Henry Morgenthau, l’ambasciatore americano che si è battuto fino all’ultimo per salvare gli armeni dall’estinzione; Anatole France, fondatore del quindicinale “Pro Armenia” e sostenitore della questione armena in pubbliche assemblee; Giacomo Gorrini, console italiano in Turchia, testimone oculare del genocidio del 1915 a Trebisonda, che contribuì a salvare 50.000 armeni già in procinto di essere inviati nei campi di sterminio del deserto di Deir es Zor.

Il concetto d i Giusto

Per gli ebrei il concetto di “Giusto” è di derivazione biblica, concetto che nella tradizione talmudica recita: ”Chi salva una vita salva il mondo intero”. Comporta un atto deciso di fronte al male, a rischio reale della propria vita: tale concetto non nasce dopo la Shoah, è insito nella religione e nella cultura ebraica ed è anche alla base dei criteri adottati dalla commissione per i “Giusti fra le Nazioni” dello Yad Vashem: “La salvezza di uno è la salvezza del mondo”.

Per gli armeni, che hanno adottato il concetto ebraico di giusto dopo il genocidio del 1915, non essendo stato tale crimine contro l’umanità riconosciuto dal governo

 che l’ha attuato e nemmeno dai governi che si sono succeduti, il concetto di “Giusto” è più vasto e comprende, oltre a coloro che hanno salvato gli armeni, anche i testimoni attivi, i militanti della memoria, che potranno un giorno dare sepoltura morale alle vittime. Per gli armeni quindi, il testimone attivo è un giusto.

Il giusto è un trasgressore, un fuorilegge che in modo  illegale ( e questo è tanto più vero per i regimi totalitari) si schiera contro la legalità ingiusta, contro la barbarie legale.

Parlando di giusti ci si riferisce ai concetti di dignità e di autostima. Se si vuole preservare la propria dignità, si è costretti a scegliere e nel momento della scelta, preferire l’incolumità o la vita a tutti i costi, può significare la perdita delle ragioni stesse del vivere. Poco rimane all’uomo che ha perso la dignità. Scegliere il rischio sembra invece essere il fondamento di ogni atto giusto. Ma ciò richiede coraggio, la dote del giusto, virtù necessaria per interrompere la catena del male, per realizzare il bene altrui e il proprio. Il giusto vince la paura, sceglie il rischio (pericolo di vita, di sicurezza, di libertà propria, di condizione individuale), agisce non riconoscendo nè patria, nè religione, nè appartenenza politica. Il giusto spesso è un uomo comune che, nel momento cruciale, è in grado di pensare seguendo la morale naturale, la morale universale dei diritti dell’uomo. Giusto è colui che compie anche un solo atto giusto in favore anche di una sola persona di un gruppo etnico, religioso, sociale, politico, in pericolo di estinzione, a rischio genocidario o a genocidio in atto. Il giusto si adopera anche per dare una patria ai sopravvissuti, per compensarli delle loro perdite. Il giusto agisce non solamente salvando vite umane, ma anche concedendo rifugio alle vittime delle persecuzioni, procurando vie di fuga, portando aiuto ai sopravvissuti. Agisce prendendo posizione quando il male si manifesta, o durante l’azione del male, riconoscendolo, pensando in modo autonomo, lottando contro il conformismo generale, che disumanizza le vittime. Il giusto può trovarsi dalla parte degli aggressori, fino a quando non trova dentro di sé il coraggio di opporsi al male. Il giusto può far parte anche dei perseguitati e delle vittime, ma riuscendo a conservare la propria dignità, aiuta l’altro. Uomini deboli, persino malvagi, sono a volte capaci di atti giusti.

Il giusto supera la storia.

Il giusto e il testimone attivo che si sacrificano per l’altro, trovano unicamente dentro di loro la spinta all’azione, si mettono dalla parte di chi subisce abusi ad opera del potere e, salvando la propria dignità salvano anche quella della vittima. L’umanesimo coltiva la figura del giusto per dare speranza ai disperati, per far sopravvivere certi valori anche quando la giustizia viene sospesa per esigenze politiche.

Santi, eroi, giusti, martiri, testimoni attivi possono essere uomini normali. Talvolta però compiono atti eroici, atti spirituali, atti giusti, testimonianze attive, e tali atti, indipendentemente dal loro grado di consapevolezza, dai ruoli, dalle personalità, incidono sulla realtà e hanno la forza di provocare un cambiamento, di ricostruire un tessuto lacerato. Quando mi trovavo in Armenia, un vecchio sopravvissuto al genocidio, abbracciò riconoscente Mischa Wegner, il figlio di un giusto appartenente all’esercito tedesco. All’epoca dei massacri i tedeschi erano alleati dei turchi e hanno partecipato agli eccidi. Con quell’atto il vecchio armeno si riconciliava, inconsapevole, con il popolo tedesco.

Martiri, testimoni attivi e giusti si accomunano, divengono immortali in quanto vivono per sempre attraverso le generazioni, nella memoria dei vivi.

 

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