Manifestazione a Bruxelles 17/12/2004 (Akhtamar On-Line)

Chi ha scritto centinaia chi ha scritto migliaia chi ha detto 5 mila e chi addirittura 10 mila, ma forse questa volta i numeri non contano, conta invece quel “No” corale tuonato all’unisono da una folla di armeni provenienti da tutte le parti d’Europa. Donne, vecchi, bambini, giovani,  riuniti per reclamare un diritto a loro negato da 90 anni: Il diritto alla memoria.  Cittadini Europei a tutti gli effetti con pieno titolo ad esprimere il loro parere e a manifestare il loro dissenso. Cittadini armeni con il cuore e con l’anima.

Sotto una pioggia battente bandiere francesi, greche, tedesche e italiane sventolavano vicino a quella rosso, blu e arancione armena ad esprimere l’appartenenza alla madre patria e la gratitudine a quella adottiva. Manifesti in tutte le lingue ma con lo stesso pensiero: “No alla Turchia in Europa”. A questa Turchia bellica, arrogante, non rispettosa dei diritti umani. A questa Turchia che ha le mani macchiate di sangue di 1 milione e mezzo di esseri umani e non vuole pentirsi del crimine compiuto, anzi continua a negarlo ricorrendo a qualsiasi mezzo. 

Uno ad uno i rappresentanti delle varie comunità armene si sono susseguiti sul palco allestito sotto l’arco del “Parco del Cinquantenario” a pochi passi dal Parlamento Europeo a Bruxelles, per ribadire il loro pensiero,  mentre una delegazione si recava al Parlamento Europeo per consegnare un memorandum all’ufficio di Presidenza del Parlamento.

C’eravamo anche noi in quella folla, sotto quelle bandiere italiane sbandierate da un gruppo di giovani universitari italiani del movimento "gioventù europea", presenti per manifestare la loro solidarietà agli armeni e la loro contrarietà all’ingresso della Turchia nel’UE. 

Si c’eravamo anche noi, la piccola ma laboriosa comunità armena d’Italia (Roma, Milano, Bergamo...)  non è mancata all’appuntamento. 

Saremo stati  40, 60, 100 che importa, i numeri non contano, conta la presenza, conta l’ atto di dovere verso quel milione e mezzo di martiri per assicurare che la loro memoria non sia morta, e che sarà da noi difesa fino all’ultimo respiro e non importa se qualche potenza Europea, ora come allora, girerà il suo sguardo altrove per non vedere il nostro dolore e non sentire i nostri lamenti. Non importa se passeranno ancora altri 10, 30 o 50 anni, i numeri per noi non contano, conta la nostra determinazione ed il nostro credere che verità e giustizia non possono essere offuscate in nome di interessi economici e ragioni politiche.

 

Riconoscere il genocidio armeno è un atto di civiltà e noi civilmente lo pretendiamo.

 

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